I. ESPORTAZIONI E CRESCITA DELLA SARDEGNA IN UN CONTESTO INTERNAZIONALE.

1.1 Lo scenario di riferimento.

Del ritardo dell’economia Sarda si è parlato e scritto per decenni: analisi, studi, valutazioni,
che hanno prodotto altrettante soluzioni, ricette, cure da parte di teorici e politici.
La storia economica della Sardegna è vista da più parti come un mix di errori politici e
imprenditoriali che si sommano al già grave ritardo storicamente accumulatosi.
Si enfatizza il ruolo, o il non ruolo, che assunse storicamente la borghesia nella fase in cui
le altre economie della penisola, soprattutto del nord, cominciavano a trasformarsi
da agricole a industriali. In Sardegna è mancato quel passaggio storico in cui le borghesie
si coalizzano per meglio poter rivendicare una trasformazione sociale; le riforme in senso
liberale vengono imposte dall’alto (si veda a proposito Sapelli G., 1995, Pigliaru F., 1999).
In generale latifondo da una parte e piccola proprietà dall’altra, sono i punti di partenza del
mancato sviluppo dell’economia sarda; motivi giuridico – istituzionali stanno così alla
base di bassi incentivi per la crescita del sistema economico.
Il regime di proprietà, in questo senso, è un elemento che avrà delle ripercussioni sulla
mancata industrializzazione della Sardegna, in una fase in cui i mercati sardi si aprivano,
sia pur lievemente, con quelli del più evoluto Regno Sabaudo.
Errori di natura politica, in seguito, hanno incancrenito la situazione.
La politica protezionistica, durante il fascismo, non ha permesso l’integrazione della Sardegna
nei più vasti mercati internazionali, negando così all’economia regionale di assorbire
tecnologie e nuovi metodi produttivi; inoltre ciò non ha permesso neppure la crescita delle
imprese che, relegate al piccolo mercato locale o regionale, non hanno potuto sfruttare le
economie di scala, che necessitavano di mercati più vasti.
Fallimenti politici di diversa natura si hanno negli anni successivi al fascismo, quando a
fallire sono le politiche della “industrializzazione indotta”, cioè di quel tipo di
industrializzazione guidata dall’alto, in modo esogeno al sistema e che non riesce a trainare
il resto dell’economia.
Si investono enormi risorse finanziarie verso le chimiche e i suoi derivati allo scopo di creare
occupazione, di far crescere l’industrializzazione nell’isola e per innescare delle
connessioni a monte e a valle della grande impresa, espandendo così le iniziali risorse
secondo un circolo virtuoso che avrebbe sviluppato una imprenditorialità locale.
Si trattava insomma di nuove concezioni economiche che, secondo la visione dell’epoca
(politica e culturale) avrebbero dovuto far sviluppare all’interno dell’economia arretrata
del Mezzogiorno un sistema industriale moderno ed evoluto, costruito attorno agli impianti
principali.
I risultati di quelle politiche si discutono ancora oggi, perlopiù secondo una visione negativa,
anche alla luce di nuove teorie interpretative (la nuova geografia economica). Possiamo
affermare che l’errore base di quel modello era che lo sviluppo non può prescindere
dall’ambiente, in cui si opera, con le sue dotazioni, le sue relazioni e le conoscenze
accumulatesi.
La crisi della petrolchimica negli anni settanta e il mutato contesto della politica europea
negli anni ottanta ha portato ad una terziarizzazione precoce della Sardegna e del
Mezzogiorno.
Infatti in Sardegna e nel Mezzogiorno il terziario ha iniziato a crescere quando ancora il
settore industriale non era radicato. Tant’è che oggi questo settore, ma soprattutto il
settore pubblico Meridionale, è troppo sviluppato rispetto al suo apparato produttivo.
Negli anni che vanno dal 1985 al 1992 il Meridione ha attraversato dei grandi cambiamenti in cui
si notano elementi negativi, come la recessione dell’inizio degli anni novanta e una
complessiva perdita di competitività del sistema esportatore, ed elementi positivi che
riguardano appunto l’emersione di quei settori endogeni che, unitamente alla nascita di molti
sistemi locali produttivi di piccole e medie imprese, hanno contenuto in parte la performance
negativa dell’export stesso.
Questi fenomeni positivi riguardano peraltro più il resto del Meridione che la Sardegna
(anche se non è esente da qualche movimento in questo senso).
Avviene in questo periodo la nascita dei cosiddetti sistemi di imprese, che riuscendo a sfruttare
economie esterne all’impresa, ma interne all’area, trovano dei nuovi vantaggi competitivi.
In Sardegna purtroppo queste aree ancora scarseggiano, e le piccole imprese “isolate” non
riescono a superare ostacoli ad una modernizzazione del sistema.
Il problema di fondo comunque risiede nella scarse accumulazione di conoscenze tecnologiche e di
marketing delle imprese sarde.
Non si può dire che le politiche dei decenni passati siano state di aiuto. Probabilmente hanno,
anzi, creato qualche distorsione all’economia sarda e Meridionale.
Gli investimenti, pilotati dagli incentivi verso settori esogeni, sottrassero risorse finanziarie
e umane che si sarebbero potute investire in attività legate a settori più tradizionali.
In seguito dopo l’abbandono di queste politiche di industrializzazione indotta, si è notata una
maggiore vivacità nei settori tradizionali, che sorretti da molte iniziative private di
piccole dimensioni, stanno cominciando ad esportare.
Si tratta soprattutto piccole e medie imprese che stentano a creare un sistema di relazioni
interindustriali ma che, con un grande sforzo, vista la mancanza di economie di scala interne
ed esterne, riescono ad esportare proprio perché basano la produzione su produzioni tipiche,
endogene, di alta qualità.
L’eccessivo individualismo degli imprenditori e i fattori legati alla distanza geografica
(trasporti, deperibilità dei prodotti) e alla distanza culturale, così come il problema del
marketing e della commercializzazione continuano però ad essere i limiti di tutta l’economia
isolana e Meridionale.
La mancanza di cooperazione, in particolare riduce, il potenziale di penetrazione nei mercati più
ampi e la possibilità di sfruttare le economie esterne mantenendo un buon livello di
flessibilità, caratteristica delle piccole e medie imprese.
Nel fare questo appare distruttivo l’atteggiamento di estrema competizione tra piccoli per la
conquista dei ridotti mercati locali in un contesto europeo e mondiale di integrazione delle
economie.
Questo è maggiormente vero se si considera che ultimamente, nei mercati mondiali, si è
evidenziata una fase in cui le imprese, soprattutto le più grandi stringono accordi tra loro
per reggere la concorrenza di un’economia globalizzata.
Occorre senz’altro volgere lo sguardo verso l’esterno per cercare nuovi mercati e nuove
opportunità ed occorre farlo attraverso una cooperazione che stenta ancora ad avviarsi.

1.2 Problemi attuali delle imprese Sarde date le condizioni di partenza.

Secondo alcune teorie la dimensione del mercato di riferimento è un elemento fondamentale per
determinare lo sviluppo di un’economia, che innesca un aumento della produttività nella
singola azienda, con conseguente aumento delle dimensioni dell’impresa stessa; in alcuni casi
in Italia si è notata invece la nascita di distretti industriali proprio in seguito
all’aumento delle esportazioni (export- led) da quelle stesse aree.
In quest’ultimo caso l’aumento della produttività ha innescato una crescita dell’intero sistema
ed una maggiore divisione sociale del lavoro attraverso le economie esterne.
L’idea originaria di Adam Smith era che una dimensione del mercato maggiore provoca un aumento
della divisione del lavoro, con conseguente specializzazione e maggiore efficienza dei
lavoratori.
Nel caso della Sardegna abbiamo un mercato interno piccolo, una scarsa disponibilità di risorse,
una lontananza geografica e culturale dai mercati più ricchi e dinamici ed un bagaglio di
conoscenze manageriali non molto ampio.
Secondo questa impostazione difficilmente potrà innescarsi uno sviluppo se non si allarga
l’orizzonte di riferimento spaziale e culturale delle imprese Sarde.
Date queste condizioni le piccole e medie imprese non riescono a crescere all’interno e la
situazione di estremo atomismo competitivo non aiuta certo a migliorare questa situazione.
Più che la non crescita delle singole imprese, ciò che preoccupa maggiormente è la mancanza di
collaborazione tra piccole e medie imprese, che invece preferiscono la competizione tra loro
per la conquista dei troppo piccoli mercati locali.
Il passo obbligato che aspetta l’economia isolana e Meridionale sembra essere quindi, per forza
di cose, quello dell’apertura verso situazioni più vantaggiose, tanto più che i nuovi
contesti internazionali, si pensi all’ UE, e politiche di tipo neo- liberiste, impediscono di
fatto chiusure in senso protezionistico.

1.3 Apertura verso l’esterno e benefici.

Ricapitolando quanto detto finora, ci troviamo in una situazione in cui abbiamo una regione
isolata geograficamente e storicamente dalle realtà produttive più evolute; all’interno della
regione abbiamo una popolazione, e quindi un mercato, insufficiente a far sviluppare, dal
lato dell’offerta, un sistema di imprese integrate che sfrutti economie esterne ed interne,
necessarie per la crescita dell’apparato produttivo; i tentativi di importare un sistema
industriale indotto hanno avuto scarso successo, almeno se guardiamo a quelli che erano gli
obiettivi originari.
Appare sempre più evidente la necessità di indirizzare le produzioni locali verso l’esterno,
privilegiando quelle merci in cui siamo qualitativamente più competitivi di altre regioni.
Occorre valorizzare il sistema territoriale con le sue tipicità, attraverso una ristrutturazione
del sistema produttivo e commerciale isolano.
D’altra parte elementi esterni, come la globalizzazione e liberalizzazione dei mercati e
l’integrazione europea, lasciano poca scelta ad una piccola regione come la Sardegna.
Il rapporto tra export, crescita aziendale e del sistema, è stato verificato da uno studio
recente (convegno “L’impresa internazionale, la PMI del Nord Sardegna per i mercati esteri”)
su un campione di 53 piccole e medie aziende manifatturiere e di servizi del Nord Sardegna
rivolte verso i mercati esteri, in cui è emerso che queste crescevano mediamente ad un tasso
dell’8%, tre volte superiore al tasso nazionale e 10 volte il tasso regionale.
Lo studio ha evidenziato, tra le altre cose, la carenza di collegamenti fra le imprese, che
operano individualmente nella ricerca di nuove opportunità.
La ricerca ha individuato alcuni limiti delle imprese nella ridotta conoscenza dei mercati di
sbocco e del consumatore finale e nella scarsa conoscenza delle lingue estere.
E proprio l’assenza di cooperazione potrebbe essere la causa che più di tutte incide sulla
carenza informativa delle imprese.
In altre regioni in cui si ha una maggiore agglomerazione di imprese vi è un maggiore scambio
delle conoscenze produttive e di mercato.
Nel dibattito teorico è ormai consolidata l’idea che lo spazio geografico in cui si è inseriti è
capace di condizionare quali siano i rendimenti crescenti e le forme di mercato peculiari a
quel sistema, la distribuzione geografica delle attività produttive e la loro relativa scala
dimensionale oltre i confini territoriali.
Tuttavia la peculiarità del sistema regionale deve poi inglobarsi nel sistema italiano ed
europeo, che avrà acquisito una specializzazione magari diversa da quella regionale.
Lo sforzo di cercare la peculiarità del sistema Sardegna deve essere comunque compiuto e inserito
nello spazio ancora più grande della competizione globalizzata.
La Sardegna appare specializzata innanzitutto nella chimica ed in produzioni più tradizionali
come i prodotti agro- alimentari, il turismo ed in alcuni settori riguardanti il sughero e
il granito.
E’ sulle produzioni tipiche che occorre puntare per riuscire a ritagliarsi uno spazio
internazionale in cui si è acquisita una specializzazione.
In particolare analizzeremo i prodotti alimentari di alta qualità, apprezzati a livello
internazionale, che fanno parte della tradizione produttiva regionale e per i quali si è
acquisita una capacità lavorativa ed un know how di ottimo livello, almeno per quanto
concerne la produzione.
Molto da fare rimane invece dal lato della commercializzazione e del marketing, in molti casi quasi assente.

Indice.
Introduzione.
I. Esportazioni e crescita della Sardegna in un contesto internazionale.
II. Export come possibile via per allargare le possibilità di sviluppo.
III. Distretti Industriali e performance dell'export.
IV. Le Reti Informative.
V. Nuove tecnologie e nuove opportunità per la Sardegna.
VI. L'indagine sul campo.
VII. Conclusioni.
Bibliografia.

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