Tutti i termini dell’indipendentismo

Bachisio Bandinu nel libro “Pro s’indipendèntiza” (Il Maestrale, 2010) lo ha spiegato magistralmente.

Ciascun termine, ogni parola, ogni frase, si porta dietro significati semantici che evocano emozioni, immagini, sensazioni differenti.Cito testualmente dal testo di Bandinu:

Indipendenza:

“Certamente è una parola che per molti fa problema, in qualche modo crea persino allarme. È una parola perturbante e procura inquietudine, eppure etimologicamente è un termine bellissimo: indica un’apertura di liberazione e soprattutto un’apertura di libertà. E invece è come se la parola si fosse incrostata di materiale pericoloso, per così dire radioattivo.

Separatismo:

“Un fantasma lacerante che indica la separazoine di una parte dell’intero. Rimarca un distacco, uno strappo violento, psicologicamente rimanda a una perdita che alimenta il fantasma dell’abbandono, della solitudine, della insicurezza.”

Autodeterminazione:

“Se chiedete ai cittadini sardi: “Siete favorevoli alla piena sovranità (ndr questo libro è antecedente al sovranismo salviniano italico) della Sardegna?, tutti vi risponderanno di sì. Se chiedete: “Volete l’autodeterminazione del popolo sardo?”, avrete una risposta unanimemente affermativa. E quando precisate che cosa si intenda per sovranità e autodeterminazione, la risposta è inequivocabile: “Vogliamo che i sardi si governino da sé, nella piena responsabilità delle proprie scelte”. 
[…]
Eppure se chiedere alle stesse persone : “Siete favorevoli all’indipendenza della Sardegna?”, la domanda fa problema, qualcosa si mette di traverso.”

— 

Queste frasi dell’antropologo Bandinu, ci hanno fatto riflettere sul significato semantico di alcuni termini ancora in uso. Qualcuno di questi andrebbe consegnato alla storia, perché legato ad un epoca ottocentesca romantica, o al nazionalismo novecentesco, del tutto fuori luogo nel 2020, fuori dalla storia. 

Autonomismo.

Il termine autonomismo aveva suscitato speranze nel dopoguerra. La nascita dell’autonomia attuale fu un compromesso al ribasso, definito da Lussu un “gatto” invece del “leone” del federalismo. Alla sua nascita definì l’autonomia nata cornuta come un cervo maschio.

Eppure ancora oggi, ci sono tanti che si definiscono autonomisti e lussiani allo stesso tempo.

Esattamente gli autonomisti oggi per cosa lottano? Per mantenere lo status quo di un’autonomia che non ha i poteri di chiudere le basi (le vogliamo tenere? Siano i sardi a decidere!), di decidere la pressione fiscale (superiore al 60%, quella attuale sulle aziende), di non poter contare su un mercato dei trasporti concorrenziale invece di uno monopolista, di organizzare a proprio piacimento la scuola con il tasso di abbandono e di bocciature tra i più alti d’Europa. Di decidere del proprio sviluppo e del proprio futuro?

Bisogna alzare l’asticella e dichiarare fallita l’autonomia e insufficiente lo statuto sardo (in cui non è neppure citata la lingua sarda), bloccato dalla costituzione italiana, da cui le cui modifiche devono passare.

D’altro canto il termine indipendenza evoca impossibilità, lungo periodo, non immediatezza.
La maggior parte della gente vive nell’immediato, al massimo nei prossimi 5 anni, tempo di una legislatura politica (nel lungo periodo saremo tutti mort, diceva Keynes), e vota appunto in base alle contingenze immediate e al portafoglio.
Il termine indipendenza evoca (erroneamente) anche battaglie poco prioritarie, e l’immagine di una categoria di persone nostalgiche che torce il collo verso il passato, peraltro fatto di povertà, anziché al futuro e allo sviluppo.

Chi volesse spiegare cos’è l’indipendentismo ad un elettore medio sardo, dovrebbe prima sradicare queste false convinzioni e solo allora far capire i falsi paradigmi.
Dato il tasso di ascolto della gente, è una impresa quasi impossibile.
Per cui si ripetono i luoghi comuni di “vogliamo maggiori aperture, non chiusure”, “da soli come facciamo?” Come se dovessimo chiudere le frontiere o non sapessimo governarci come fanno tutti i popoli.

Esiste poi il contabile, che misura le entrate e le uscite tra Sardegna e Italia, come se si trattasse di una fotografia e non un film.
Lo stato attuale sarebbe completamente differente rispetto ad uno con una repubblica sarda indipendente, come è accaduto alle repubbliche dell’est, che crescono a tassi superiori all’italia, a Malta, all’Irlanda e ad altri stati che hanno scelto l’autogoverno.

Esiste un punto di incontro tra autonomisti e indipendentisti, che passa dalla repubblica sarda federata con l’italia.

La nascita di una repubblica sarda, federata con l’italia, che si occupi di riorganizzare il territorio e il modello di sviluppo, creare un’agro-industria moderna, che scelga un modello fiscale meno aggressivo di quello italiano, che rilanci il settore digitale, che in Sardegna aveva avuto aziende di livello europeo, che riorganizzi i trasporti e il sistema scolastico.

Lussu era federalista. Gramsci pure era per la Repubblica sarda federata con l’italia.

Le categorie autonomista e indipendentista, sono vecchie, del novecento, non rispondono più alle necessità di un’isola paralizzata sul modello italiano, mentre il mondo procede a passi da gigante.

Nazionalismo e nazione.

Sono termini che evocano ottocento e novecento, soprattutto quest’ultimo, e immagini di fascismo e nazismo. Esiste un nazionalismo democratico e repubblicano, alla De Gaulle, anche questo fuori tempo. La grandeur francese è un ricordo sbiadito, e il paese lacerato in mille lotte sociali e etniche, che ancora non ha chiuso con le colonie africane.

Patria

Andare oltre questi concetti ottocenteschi romantici di cui ancora l’indipendentismo sardo, ma non solo, si nutre e comunica.
Michela Murgia ha cercato di innovare il termine, declinandolo al femminile.
Matria.
La terra delle madri passate?

Tutto molto bello, ma non cambia più di tanto il concetto.

Alagon non aveva padri o madri sardi, eppure combatté gli aragonesi con la bandiera degli Arborea.
Eleonora d’Arborea aveva la madre Aragonese, non può essere la terra delle madri.

Per andare all’oggi, che dire di tutti i non sardi (extra-comunitari, italiani, europei e stranieri in genere) che scelgono di vivere nell’isola?

I loro figli saranno sardi, in quanto abitanti dell’isola.
Niente patria, terra dei padri, niente matria, terra delle madri, cancelliamo questi termini.

Meglio “Terra dei figli“, a cui la dovremo consegnare, nelle migliori condizioni possibili. È una definizione slegata dal concetto etnico, per dar spazio alla scelta di vivere in Sardegna e di contribuire al progresso. È anche un concetto che ci pone davanti delle sfide ambientali. Che terra dobbiamo consegnare ai nostri figli? All’uranio impoverito, al fluoro o al petrolio?
Abbiamo il dovere di preservarla, per consegnarla ai nostri figli, come nei proverbi indiani.

Potremmo definirci Fillus de Sardigna, noi e i nostri figli. 

Copertina: Giorgio Casu

 

 

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