La “cultura de sa prama” del sud Sardegna.

Pani e casu e binu a rasu, invita un famoso dìciu sardu.

Per qualche strano motivo è stata investigata a fondo la cultura de su “casu”, cioè la cultura pastorale barbaricina, mentre quella contadina de su pani e de su binu, è entrata poco nell’immaginario collettivo.
Non ha avuto lo stesso impatto nella narrazione della Sardegna.

Antropologi, musicologi, e tanti altri studiosi, hanno decriptato i codici della società pastorale, in qualche modo contrapposta a quella agricola, per via delle differenze culturali e delle diatribe dovute a sconfinamenti di greggi o di muretti a secco, che da sempre e ovunque esistono.

Ma su casu, senza de su binu e su pani, no ci calat; arrescit in su gùturu.

La società contadina de su pani e de su binu (mai amanchint in sa mesa!) ha espresso un’importanza altrettanto unica quanto quella de is pastoris ed ha sviluppato delle caratteristiche originali nel Mediterraneo e nel mondo.
Inoltre esiste anche una società de is piscadoris (soprattutto a Cagliari, a Oristano e nell’isola di Carloforte) e de is minadoris, soprattutto nel Sulcis.

Poco rimane, oggi, della società contadina di un tempo, in un contesto urbanizzato e ipertecnologico, per cui ci affidiamo ai ricordi e agli scritti di un tempo in quella che possiamo definire sa “cultura de sa prama”.

Sa prama, cioè la palma, era una foglia di palma che, come una sorta di insegna, veniva esposta all’esterno dei portali delle case campidanesi del basso campidano, dove si produceva il vino.

Significava che lì si vendeva vino.
In alcune di queste case, a fine giornata lavorativa, ci si ritrovava, si degustava il vino, si suonava la chitarra, e si cantava improvvisando secondo la tipicità campidanese.

Insieme al vino venivano servite fave bollite, casu e pani, carciofi, e altri prodotti agricoli che stimolavano la sete degli avventori.

In is pramas si cantava e si improvvisavano cantus a curba, mutetus a versada, trallallera, mutetus frorius e, in alcuni casi, anche mutetus a otavas.

In genere i poeti erano accompagnati dalla chitarra, che coi secoli ha prodotto delle sonorità e delle tecniche uniche, con accordature aperte o meno, in cui al suono ritmico delle corde basse suonate con il pollice, fanno eco le melodie delle note medie e alte, si da sembrare che a suonare siano almeno due chitarristi. Altri suonavano con il plettro, sa pinna.

In altri canti è presente l’accompagnamento vocale de su bàsciu e sa contra, o de sa contra e bò.

Is pramas erano le antiche scuole dei poeti campidanesi, is cantadoris, e dei musicisti, oltre che punto di incontro sociale.

I canti e le gare del sud Sardegna, si differenziano da quelle della società barbaricina, soprattutto per la struttura metrica.
Più snella e rapida l’ottava logudorese, più intricata quella del sud.

Se è vero che is cantadoris hanno uniformato le parlate dei vari paesi, creando uno standard fonetico della lingua sarda, d’altra parte, l’assenza di gare tra cantadoris del sud contro quelli del centro-nord, non ha favorito uno standard fonetico uniforme in tutta l’isola.

Is cantus a sa Bastascina, diffusi nel cagliaritano, e proibiti per via degli schiamazzi di una Cagliari festaiola della sera, impegnata in dolci serenate ai balconi, avevano una matrice più antica anche del canto a tenore, secondo l’etnomusicologo Giulio Fara.

Non si trovano registrazioni de su cantu a sa Bastascina, ma dalla descrizione se ne ricava un canto assomigliante all’accompagnamento de sa contra e bò, che fa da contorno tutt’oggi ai mutetus a otavas.
Più antichi de su cantu a tenore, seppur con una matrice unica, riconoscibile dal canto gutturale.

In questa registrazione un esempio di mutetu ad otava con accompagnamento de su bàsciu e sa contra, o contra e bò.

I balli e i canti erano momento di sfogo della società contadina e motivo di incontro.
Erano accompagnati da launeddas (successivamente da fisarmonica, armonica o chitarra) dal solo canto, o da su sulitu, il flauto di canna.

Nel sud Sardegna esisteva un ballo particolare, sa Sciampitta.
Secondo Pietro Casu, sa Sciampitta era una lotta-danza.

Due ballerini si fronteggiavano, uno di fronte all’altro, tenuti entrambi da due persone a braccetto, in modo da rimanere sospesi in aria.
Il ballerino al centro, muoveva i piedi all’impazzata, seguendo uno schema predefinito.
La lotta era basata sui calci negli stinchi dell’avversario.

Perlopiù era semplice ballo, e il ballerino sciampittava sospeso da compagni a braccetto, su un immaginario pavimento sospeso in aria, con rapidità e scatti improvvisi; altre volte sciampittava capovolto a testa in già, a francas in sus, danzando su un ipotetico pavimento sul cielo.

S’Istrumpa era presente anche nel sud, un tempo.

L’alimentazione campidanese era prevalentemente basata sui legumi e ortaggi, oltre che sul grano e sul vino.
Fasolu, fasoleddu, gintilla, faa, trigu, erano gli alimenti delle famiglie campidanesi.
Poca carne e poco formaggio, rispetto alla società barbaricina.

Al lavoro, nei campi, si cantava su cantu a s’Opu e su Trallallera, mentre le donne cucivano e ciuexuant (impastavano il pane) improvvisavano sulle note de s’Andemironnai, de is mutetus frorius e de su Trallallera.

Is fèminas si svegliavano all’alba per infornare il pane della settimana.

Le differenze con la cultura barbaricina si notano anche nel nome di alcuni mesi, per cui, ad esempio, ottobre dei contadini, è mese di letame (mes”e ladàmini) mentre per i pastori è Sant’Àine.

Anche l’architettura delle case si differenzia da quella della civiltà dei pastori, prima di tutto per via dei materiali a disposizione: case di pietra o case di fango.

Le case del sud Sardegna, vista la scarsità della pietra, sono fatte in làdiri, che ha una funzione coibentante.
C’è da dire che anche nei monti del sud Sardegna (Sette Fratelli o Santadi), le case sono in pietra.

Si entra nella casa campidanese aprendo un portale di enormi dimensioni (doveva poter accedere anche il carro) passando sotto un arco in pietra, abbellito molte volte con delle incisioni e delle effigi.

Fonte http://www.sardegnasotterranea.org/visite-guidate-e-workshop-sulla-terra-cruda-in-sardegna/

Il giardino, sa corti o s’aja, è al centro della casa, circondata dalle costruzioni delle stanze, che fanno da muro di cinta.

Era anche un modo per non mostrare is mudandas spraxas sciutendi a su soli, a is bixinus. Un modo, cioè, per conservare la discrezione. Quello che succede in casa, resta in casa.
Il che non significa chiusura alla vita sociale; semplicemente si separa nettamente la vita sociale da quella familiare, mantenendo la libertà di scegliere quali notizie far filtrare o meno a is bixinus.

I rapporti tra bixinus erano fondamentali: ci si scambiavano favori, visite in caso di malattia, agiudu torrau in caso di necessità.

È la struttura de “su bighinadu” di cui parla Antoni Simon Mossa nel libro “Le ragioni dell’indipendentismo”, caratterizzato da una struttura sociale tribale, con dei codici solidaristici condivisi, che ha similitudini solamente in Portogallo (Alentejo) e nella Cabilìya algerina.

Per accedere alle stanze occorre passare nei corridoi aperti, is lollas, sostenuti da colonne ad archi o meno.

Fonte: https://www.alberghierogramsci.edu.it/saperi/?page_id=889

I tetti sono sostenuti da tronchi di ginepro, su tzinnìbiri, su cui poggia su cannitzau, la copertura di canne, leggera ma solida allo stesso tempo.
Sa bòvida è tenuta da malta, su cui poggiano le tegole, fatte di fango pure queste, create, in passato, sulla forma della coscia umana, che faceva da matrice.

In s’àja c’è il pozzo, sa funtana o su putzu e ci sono alberi da frutto: limonis, aràngius, mandarinus, nèspulas, arenadas, e le piante officinali, afabica (basilico), tzìpiri, sàlvia, ecc.

Il bagno è nel cortile, lontano de is aposentus de si corcai. Sa coxina è il punto principale di ritrovo della famiglia.
Dalla fossa settica si ricaverà su ladàmini per i campi.

Un tempo c’era il recinto delle galline, o dei conigli, o dei maiali, la stalla del cavallo o dell’asino, e su magasinu, la stanza del vino.
Uno stanzone altissimo, con una finestra in alto, in modo da far circolare l’aria nella parte alta, dove sale il calore.
In basso la temperatura si mantiene stabile, preservando il vino dagli sbalzi di temperatura, conservandolo per qualche mese in più dalla calura, chi spuntat e axedat su binu.

Appesi ai muri de su magasinu gli strumenti de su messàju: fracis, ferrus de pudai, sassolas, serracus e tutto quanto serviva all’agricoltore, tenuto a portata di mano.

Era un ecosistema quasi autosufficiente, che produceva uova, grano, vino, carne, vestiti, ecc.

Quello che non si produceva direttamente lo si poteva comprare o barattare. Gli eccessi, venduti o barattati.

Su bandidori (il banditore) avvisava che nella casa de tziu Remundu avevano ucciso su boi e chi era interessato era pregato di appropinquarsi a tale ora, prima che altri arrivassero a prendere le parti migliori.

A volte si comprava il carbone dai carbonai de Crabonaxa (Villasimius), quando finiva su sramentu de sa bìngia (perché la vigna forniva anche legname per il fuoco) o cerexa de Brucei, o astrau de Cabesus.

In alcune stagioni si svolgevano dei lavori collaterali.
Ad esempio, ad agosto, per chi non aveva mìndula de scudi (mandorle da battere) non c’erano altri lavori da fare nelle campagne, e si andava nelle saline di Quartu e di Cagliari a marrai sa sali, oppure si andava a fai arena (sabbia) al Poetto, rivenduto poi per le costruzioni.

Anche la raccolta del sale aveva le annada bonas e annada malas, che dipendevano dal maestrale e dal caldo della stagione.
Le saline furono chiuse per scelta statale, per favorire le saline continentali.
Aquilino Cannas scrisse questa poesia ironica sulla chiusura delle saline, a causa del sale sardo ormai inservibile, diventato improvvisamente bambu.

Le feste, come ovunque nel mondo, scandivano le stagioni e i tempi del lavoro.
Prima diì de s’annu (Capodanno di gennaio), Pasca de is tres g-urreis (Epifania), Sant’Antoni (che segnava l’inizio del carnevale e dei riti dei fuochi, di origine pagana) Cronnovali (Carnevale), sa Candelera, sa Carèsima, Pasca de su Spiridu Santu (Pentecoste), Pasca Manna (Pasqua), Santu Anni (festa di San Giovanni) Mesu Austu (Ferragosto) Donniasantu (il giorno dei morti) Paschixedda de Nadale (Natale).
Poi c’erano tutte le feste patronali: Sant’Efis, Santu Luxori, Santu Sadurru, ecc.

Le feste religiose erano accompagnate dai gòcius, canti diffusi in tutta la Sardegna.

Il canto e la poesia scandivano ogni momento della vita contadina.
Tutto il popolo era in grado di improvvisare delle rime, fosse solo per rispondere ad un attacco personale.

Alcune persone erano particolarmente abili a “ponni gòcius”, cioè creare una canzone profana, sulla melodia dei gòcius religiosi, che prendesse in giro il malcapitato.

Queste persone erano temute e rispettate, perché difficilmente una persona riusciva a scrollarsi di dosso su gòciu, che poteva esser ricordato per generazioni.
Qui un esempio di gòciu profano, registrato per futura memoria.

Is cantus a curba, i canti a strofe, chiamate semplicemente “cantzonis”, avevano il compito di raccontare storie, tragedie, storie tristi, storie comiche, circolavano in foglietti o oralmente in is tzilleris, accompagnati dalla chitarra.

Non era necessario saper improvvisare, il testo era scritto a taulinu, in sa mesa.

Un esempio di cantu a curba è questo di Efisio Mura, che racconta di una disavventura in motocicletta.

Is cantus a torrada sono simili a is cantus a curba.
Uno dei più felici cantus a torrada è quello de sa cantzoni de su caboniscu di Efisio Pintor, noto Pintoreddu, traditore della rivoluzione antifeudale e antipiemontese di fine settecento e nemico di Angioy.

Felicemente scriveva questi versi gioiosi, mentre faceva mozzare teste dei rivoluzionari e degli abitanti di Bono, rei di aver dato i natali a Giommaria Angioy.

Il sud Sardegna ha espresso tantissime rivolte e ribellioni.
Se nell’immaginario collettivo il campidano è sempre stato succube e amasedau, la storia racconta altro: la più famosa è quella della cagliaritana dii de s’aciapa, la cacciata dei piemontesi.
Qualche anno prima ci furono i tumulti cerexinus, selargini, del 1779, ma il malcontento era diffuso in tutta la Sardegna.

La rivolta di Palabanda fu una rivolta cagliaritana. A Sanluri ci fu su trumbullu, del 1881. A Buggerru, nel 1905, abbiamo avuto il primo sciopero nello stato italiano, terminato con l’eccidio, seguito, l’anno successivo, da una rivolta cagliaritana, che infiammò tutta la Sardegna. Il basso campidano intero fu scosso da quella rivolta; questa la cronaca de s’avolotu cerexinu del 1906.

Tornando indietro al periodo arborense, nella battaglia di Uras del 1470 tra Alagon e Carroz, alla vista dello stendardo degli Arborea, le truppe cagliaritane, schierate in prima fila dell’esercito, esaltate dai ricordi di cosa rappresentasse l’albero eradicato, cambiarono fronte e sconfissero gli aragonesi.

Campidanesi e Barbaricini si mischiarono centinaia di volte nei millenni; qualche volta furono i primi a scappare nei monti, per rimescolarsi con la discesa in pianura per la transumanza o nei balli di festa e delle sagre o con i commerci: i cognomi sono testimoni di una uniformità e di un mescolamento continuo dei sardi, per cui Sanna, Piras, Melis, ecc., sono a Sassari, a Nuoro e a Cagliari.

Chissà quante furono, in precedenza, le poesie improvvisate in onore della saggia e forte Lionora d’Arbarèe, sa Reina, e dell’astuto come una volpe, Marianu s’Urrei Mannu, che mise nel sacco 100 e 1 volta il re aragonese.
E quanti gli atitidus per la morte di peste di entrambi.

Infine c’erano is poetas cantadoris, quelli in grado di improvvisare sul palco in occasioni speciali, mutetus a versada, con la struttura più semplice, accompagnati con la chitarra (qui un esempio di gara tra is mannus Mascia e Broi) e quelli in grado di tessere un mutetu a otava.
Non tutti is cantadoris cantavano anche is mutetus a otava.

Erano le rockstar sarde di un tempo, is dotus (i dotti), quelli che istruivano il popolo, ma che venivano osteggiati dalla chiesa e dal fascismo.

La chiesa perché (questa la versione ufficiale) is cantadoris male interpretavano le sacre scritture, togliendo la prerogativa della diffusione del libro sacro all’unico ente preposto.
I più maligni diranno che le cantadas costavano e quei soldi si sarebbero potuti investire meglio in questue e offerte per i poveri, gestiti direttamente dalla chiesa.

Il fascismo chiuse per un periodo is cantadas, perché non riusciva a controllare (e a capire) cosa si celasse dietro alcuni testi di una cantada di Quartu, in cui si fiat pèrdiu su frori chi unu tempis ci fiat.
Su cantadori, fundadori de su mutetu (l’unico a conoscere il tema, gli altri dovevano indovinare il tema) si riferiva alla libertà perduta, durante il fascismo.
Era un palco troppo importante e influente, per via della numerosità degli ascoltatori e dell’autorevolezza de is cantadoris, per essere lasciato aperto ai liberi pensatori.

Inutile dire che su Mutetu meriterebbe un maggior rilievo nel panorama sardo e mondiale, per via delle caratteristiche uniche, degli intrecci e delle retrograde che implicano una bravura non indifferente, oltre che una memoria eccezionale.
Meriterebbe di essere patrimonio Unesco.

Oggi i poeti si esercitano in is assòtzius, pramas no nci ndi funt prus.

Le palme furono eliminate con l’introduzione della tassa sulle insegne, a cui furono equiparate.

Sparirono tutte!
Un classico esempio di come la cattiva politica e lo stato, cieco, distante e senza rispetto delle tradizioni locali, crea danni, calando dall’alto politiche sbagliate.

Sparite le palme, lo stato non incassò neppure un centesimo!
Ottenne, però, la cancellazione di un simbolo di una cultura millenaria.

P.s. non sono riuscito a trovare foto di case campidanesi con la palma all’esterno per l’immagine di copertina.
Chi calincunu coru bonu, s’agatat calincuna fotografia cun sa prama e dd’iat a praxi a dda ponni in sa copertina de custu artìculu, iat a fai cosa agradèssia.

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