Popolo o nazione sarda? Le “sviste” di Sergio Atzeni

Il più bello e completo romanzo sulla nazione sarda è stato scritto da Sergio Atzeni.
L’epica è raccontata magistralmente con un codice linguistico italiano regionalizzato sardo.

La sua è una ricerca continua dell’identità, lingua, letteratura “de sos poetas”, musica, etc. di Sardegna.

Tuttavia Atzeni aveva parecchia confusione sui concetti di “nazione” e “popolo”. Per Atzeni quello sardo è un popolo con una sua identità culturale, ma non una nazione in quanto manca il processo unitario politico e il farsi Stato. La posizione è simile a quella di Lussu di “nazione mancata”.

Dalla Treccani, definizione di nazione:

Il complesso delle persone che hanno comunanza di origine, di lingua, di storia e che di tale unità hanno coscienza, anche indipendentemente dalla sua realizzazione in unità politica.

Quindi sì, è nazione, indipendentemente dalla realizzazione in unità politica.
Inequivocabilmente la Sardegna è una nazione senza stato, e nazione lo è stata nella storia. Addirittura ne parlò lo stesso Atzeni (nell’articolo “Nazione e narrazione”) di Ilario e Simmaco, papi di “natione sardus”.

Gli aragonesi ci identificavano come “naçiò Sardesca”; Al tempo della sarda rivoluzione (fine ‘700) ci identificavamo in “nazione sarda” (rimando ai libri di Simon e di Giommaria Angioy).

Non solo.
Il Regno di Sardegna era uno stato vero e proprio, con propria autonomia dalla corona aragonese e spagnola. Aveva un suo parlamento (gli Stamenti). Non aveva un re proprio, è vero, ma i domini spagnoli erano più simili ad una confederazione di stati che ad uno stato unitario.

Prima ancora, l’unità politica e statuale era avvenuta con il giudicato degli Arbaree, sotto Mariano IV e la figlia Lionora.

Tralasciando l’aspetto statuale, e concentrandoci sulla nazione, è indubitabile che la Sardegna ancora oggi rientri nella definizione della Treccani.

Su questo punto Atzeni è in errore, nell’articolo del 1977 (la datazione è importante per capire il pensiero, che in certi punti cambia e che, senza una datazione corretta, sembra contraddirsi):

Identità di Popolo o nazione sarda?

AL 10.1977, pag. 925

“Ancora una volta si è riaperto, in Sardegna, il dibattito sulla lingua. Come una febbre malarica che di volta in volta si ripete e si rinnova. Ma così come la terzana è solo un simbolo della sindrome della malaria, la lingua è solo strumento di una discussione che verte sul tema antico della autonomia dell’isola, dell’identità del nostro popolo, del suo rapporto con lo Stato italiano, e delle forme storiche con cui autonomia, identità e rapporto con lo stato si ripresentano oggi. E il dibattito, ancora una volta, si apre nel momento di crisi della nazione italiana, quando la credibilità dello stato, in gioco per molti e diversi motivi, favorisce il ripresentarsi di tendenze centrifughe.”

[…]
Il dibattito ha preso il via da una proposta di legge popolare presentata da alcuni giornali isolani […] si propone l’adozione del “bilinguismo” nella scuola e negli uffici pubblici.
[…]
Appare quindi essenziale chiarire, per definire con precisione se i sardi siano o no una minoranza linguistica, se la Sardegna sia una nazione, e se la lingua sarda sia realmente elemento unificante di tutto un popolo.
[…]
Il popolo sardo (non popolazioni disgregate che solo casualmente convivono assieme in un determinato territorio, ma entità etnica ben precisa e distinta, che per un lunghissimo ordine di secoli ha avuto una vita in comune, tradizioni comuni, etc.) non è diventato né nazione né stato unitario nel periodo storico in cui poteva, al pari di altri popoli europei, diventarlo.”

(ndr, qui il primo errore di Atzeni: il popolo sardo è nazione da sempre, e con il Regno di Sardegna fu addirittuta Stato unitario, ma prima ancora fu unificato dal Giudicato di Arbaree sotto Marianu IV e Lionora).

“I tentativi che furono fatti per realizzare questo tentativo fallirono, tra il XII e il XIII secolo, quando cioè dall’ordinamento giudicale autonomo, che era durato poco meno di cinque secoli, non si riuscì a passare a un ordinamento unificato, alla unificazione dei quattro piccoli regni in cui era allora ripartito il territorio isolano, ed a creare , così, le condizioni di una piena unità popolare nazionale, politica, economica, di cultura, su basi più moderne.”

(ndr, altro errore di Atzeni, gli Arbaree unificarono la Sardegna in un unico stato con una unica legge, a Carta de Logu, nel XIV secolo.)

[…]
“Le forme che si sprigionavano dall’interno non ebbero la capacità di costituirsi in regno unitario, come avvenne invece nello stesso periodo per l’Aragona e per gli altri regni romanzi in Europa e nell’area mediterranea. Si ebbe una frantumazione dell’ordinamento giudicale ed una penetrazione in Sardegna di entità economiche più coese e forti, come Genova e Pisa, che si sviluppavano in senso mercantile.

(ndr, Pisa fu sconfitta dagli Arbaree alleati con gli aragonesi e Genova non ebbe mai dei domini diretti; ci furono delle penetrazioni con matrimoni e donazioni ai genovesi, ma niente più; il Giudicato di Arbaree sopravvisse ai pisani e ai genovesi).

Le forme di vita mercantilistica furono introdotte in Sardegna dall’esterno; in questo modo diventarono non strumento di sviluppo ma mezzo di drenaggio delle risorse interne.

(ndr, I maiorales sardi avevano una loro capacità imprenditoriale, Mariano IV era un grandissimo imprenditore che commerciava in grano e che aveva accumulato ricchezze enormi; è vero che i futuri conquistadores aragonesi drenarono risorse alle imprese agricole e fu castrato il processo di “borghesizzazione” autoctona dell’economia sarda)

Comincia da qui, sette-ottocento anni fa, il circolo vizioso della subalternità e dello sfruttamento esterno. In questo periodo, il popolo sardo, non diventa nazione moderna, ma resta popolo; perde la partita dell’unificazione politica.

(ndr, 600 anni fa cadeva il Giudicato, non 7-800 anni fa, ma gli aragonesi e spagnoli continuarono a chiamarci naçio Sardesca)

In parallelo con questo processo si svolse quello della lingua: la mancata unificazione politica, il non essere divenuti nazione, impedì l’unificazione della lingua: il sardo non divenne lingua nazionale; anzi, da allora, cominciò lentamente a deperire, e non essere più adeguato alle novità scientifiche e tecniche che il mondo circostante elaborava, e che i sardi si limitavano a subire.

(ndr, qui Atzeni non poteva conoscere i nuovi studi in cui si è dimostrato che la lingua sarda è una sola, con delle varianti; “sos poetas” de cab”e sus, cioè del capo di sopra, venivano a cantare anche nel sud Sardegna, segno che ci capivamo. Struttura grammaticale e circa 80% delle parole comuni, ne fanno una lingua unitaria, con delle differenze fonetiche; “crasa manzanu”/ “crasi a mengianu” è la stessa cosa).

Senza nazione unitaria, senza lingua unitaria, la tesi di un’esistenza di una minoranza linguistica diventa difficile da dimostrare: diventa affermazione di principio, teoria senza gambe.

(ndr, qui Atzeni trascende nel surreale: la sua tesi lo porta a dire che il sardo non è una minoranza linguistica! cioè la lingua sarda non esiste! Eppure io ricordo i miei nonni parlare solo in sardo, mio padre con mia madre parlare in sardo; io stesso parlo in sardo con amici e parenti, sempre di più. È evidente che tutto l’apparato di Atzeni non ha senso e crolla, perché appunto “teoria senza gambe”).

Peccato! Perché Atzeni ha ricercato come pochi l’identità sotto varie forme; Anni prima evidentemente aveva sentito l’esigenza di una ricerca delle radici :

Chi scrive (ndr, Sergio Atzeni) ha provato a seguire il suggerimento e, senza scomodar fasi proustiane, ha frugato nella memoria alla ricerca dei suoni più antichi, delle note da più tempo ossificate, dei primi cantabili infantili.

Là dove il ricordo sfuma nella nebbia, ha trovato rock and roll. Non ha trovato  tenores, e non mancavano i canti improvvisati dai maschi adulti, dopo l’acquavite o dopo innumerevoli birre, nelle bettole scure dell’inverno, o nell’estate delle felci , al paese.

Ma prima di queste voci, registrato nei circuiti mnemonici, suono dell’infanzia e dell’adolescenza, è il rock. Quello di Celentano (ricordate?) quando ancora si ignorava l’esistenza degli originali made in United States; Chuck Berry, Elvis Presley, Little Richard…

I canti della tradizione, allora, apparivano  fuori fase, fuori tempo: riservato ai vecchi e agli anziani. A chi non ascoltava la radio. L’amore per la musica popolare dei sardi è nato più tardi: come conquista culturale, come scelta anche politica, ideale.

Poiché il mondo sta cambiando – anche in Sardegna – in fondo alla strada stanno generazioni la cui memoria riporterà – ancora, inevitabili – suoni americani; ma con essi trasporterà forse espressioni culturali canti e danze, di etnie e popoli che non hanno voglia di scomparire.

Ritroviamoci nei canti del passato, Nuova Sardegna 3/6/1983, pag 468

Atzeni aveva stretto un rapporto di amicizia con il poeta Orgolese Peppino Marotto, che improvvisava canzoni attuali, Gramsciane, di lotta:

“Si tratta di musiche ancora vive, anche se antiche, che non hanno smesso di esercitare una funzione, di essere matrice che ancora esiste fra le genti dell’interno, oggi.

[…]La musica popolare del Logudoro e della Barbagia è oggi (tra le musiche popolari)  l’unica viva su tutto il territorio nazionale.

E’ l’unica che ancora autonomamente si sviluppi: secondo sue proprie forme e suoi propri contenuti, perfettamente integrata in un contesto sociale ed economico di cui ancora è in grado di esprimere “tutto”! (la visione complessiva del mondo che muove la vita della gente).

[…}
I contenuti sono quelli di oggi: si racconta la vita del pastore nella società industriale, il dramma dell’emigrazione, la politica (il coro di Orgosolo esegue una bellissima serie di mutos su Gramsci) ma ci sono anche splendidi canti d’amore, lineari e suggestivi, canzoni di danza, e così via.”

Cantando Gramsci, RS 25/04/1974 pag. 398

Oppure riscopre i canti tradizionali del sud Sardegna, raccolti da Raffa Garzia:

“Capita sempre più spesso di conoscere giovani che ricercano, con entusiasmo e passione, di riscoprire gli usi, i costumi e le lingue tradizionali.
[…]

Furono, del resto, quegli anni di guerra, fra i più fruttuosi per lo sviluppo della cultura sarda, a causa di circostanze strane e discordanti.

Gramsci, infatti, trasferiva la sua “provincia” a contatto con la classe operaia torinese, con le conseguenze che tutti ormai conosciamo; Lussu in trincea, nella mitica Brigata Sassari, scoprivano la solidarietà del sardismo moderno; Deffenu a Milano pubblicava la rivista “Sardegna” e lanciava la campagna per l’abolizione delle strutture protezionistiche, in ciò sintonizzandosi col meridionalismo progressista dell’epoca; e Raffa Garzia, infine, rifletteva sulla tradizione popolare cagliaritana.

Nei “piccoli canti” i cagliaritani hanno immesso, per secoli, la propria visione del mondo, i propri gusti, i propri lazzi, le credenze e gli amori.

Suonano testimonianza di una città che forse oggi non esiste più, uccisa dalla speculazione edilizia, e dai nipoti dei compradores; una città che ha lasciato tracce profonde nell’ideologia, nei costumi e nella vita del popolo.”

Pag. 627, I “Piccoli canti” di Cagliari
[Raffa Garzia, Mutettus cagliaritani (1917)
Nuova Sardegna, 10/07/1977

E, parlando di Sebastiano Satta, fa il punto sulla coscienza autocritica dei sardi, in letteratura.

“Abbiamo molto, qui in Sardegna, la grave preoccupazione di “quale immagine dell’isola” passi, fuori dai nostri confini, attraverso le opere letterarie dei sardi. Preoccupazione che denuncia la nostra disabitudine ad essere soggetti ed oggetti di letteratura: molto spesso  mi son chiesto come reagirebbero gli intellettuali isolani di fronte a scrittori capaci di descrivere i sardi così come Maupassant e Zola descrissero i francesi; c’è in noi, l’inconscio desiderio di apparire sempre sotto la veste di eroi.

Non si riflette abbastanza sul fatto che una letteratura grande – e solo un popolo coeso e forte può averne una veramente grande – si ciba di vizi, delle malattie e delle deturpazioni del corpo sociale.

Una letteratura veramente grande non ha pietà, né necessita encomiastiche.”

Nuova Sardegna, 8/4/1979 pag. 679, Come un carro fantasma nella città inesistente….
[Salvatore Satta, Il giorno del Giudizio, Adelfi]

Fino a chiudere, articolo del 1995, con il famoso articolo, in cui Atzeni appare risentito, e il suo pensiero radicalizzato, forse per difesa dalle probabili accuse di chi pone il problema dei libri in lingua sarda.

[…]

“Qualcuno pensa o vuole dizionari e grammatiche sarde imparate a memoria in prima elementare? Se questo qualcuno esiste, continui a pensare, a volere, per carità, siamo in democrazia e siamo nati per sopportare il peggio.

(ndr, non credo che esista! una cosa è insegnare il sardo a scuola, magari raccontando le favole in sardo o le filastrocche, per poi gradatamente passare alla storia, geografia, etc., altro è studiare dizionari a memoria) 

Ma potremo parlare in sardo quando vogliamo? Altrimenti italiano inglese o quello che vogliamo come vogliamo e sappiamo? O qualcuno pensa e vuole che la Regione e lo stato debbano intervenire per costringere con la forza qualcun altro a parlare come non sa o non vuole?

(ndr, la lingua italiana è stata imposta con la forza. Pestavano le mani ai bambini, che non conoscendo altra lingua stavano zitti. “Entravamo intelligenti e vispi e uscivamo da scuola silenti e tonti”, dirà Francesco Masala.
Le materie scolastiche sono sempre imposte, non ho mai visto libertà di scelta degli studenti) 

[…]
Se qualcuno pensa o vuole scrivere quindi romanzi in sardo, capaci di sfidare il tempo e affascinare i futuri, perché non lo fa? Cossu e Lobina hanno provato, la strada è aperta. Ci si vuole misurare creando misture fra saggio e racconto? Pira ha provato, la strada è aperta. Signor qualcuno se esisti, regalaci il capolavoro. ti applaudiremo.

O qualcuno pensa o vuole decretare traditori della causa sardi gli scrittori che hanno scritto e scrivono in italiano?

Qualcuno, se ci sei, ti pare il caso? Senza Deledda e Satta? Senza Gramsci e Lussu? Senza Asproni e Bacaredda? Che storia letteraria ti resta? Sos poetas in limba? E totu s’atru a mari? Ci as pensau beni?

E se realizzassimo una balentia senza fucili? US 7-5-1995 (pag. 994)

(ndr, su questo ha ragione. Ognuno scrive come gli pare, liberamente, senza dover essere accusato di alto tradimento. È romanzo sardo anche se scritto in lingua italiana).

In Nazione e narrazione, Unione sarda, 9-11-1994, concede spazio alla nazione sarda e al concetto di pluri-nazione sarda-italiana-europea.
In qualche modo ammette l’esistenza della nazione sarda, rispetto al primo articolo del 1977, in cui ne negava l’esistenza.

Emigrato in continente, si definì “sardo, anarchico e randagio”.

Comunque sia… ha raccontato della città di Cagliari, della mala dei quartieri, delle miniere del Sulcis e del Medio-Campidano, de is poetas, dei banditi cabesusesus, delle rivolte cagliaritane, dei politici venduti e colonizzati, degli agricoltori e delle cavallette, dei Giudici e delle Giudicesse, dei trallallera, della peste, ci ha difeso da is stràngius che venivano a “Raccontar fole”, ci ha raccontato favole tradizionali e deliziato con poesie.

Strano personaggio del novecento sardo, unico nel suo genere narrativo, e nelle sue contraddizioni politico-culturali, ha raccontato la nazione sarda (forse inconsapevolmente, ma indubitabilmente il suo ultimo racconto narra la storia della nazione sarda) passando su questa terra sarda NON po debadas.

Fonte: Sergio Atzeni, Scritti giornalistici (1966-1995) , I Menhir, Il Maestrale

Immagine presa da: https://www.rbcasting.com/eventi/2015/05/11/lo-scrittore-sergio-atzeni-sul-grande-schermo-al-salone-del-libro/

 

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