Sardegna, una delle più vecchie dipendenze coloniali del mondo [John Day, storico americano].

Lo storico americano John Day definisce la Sardegna come «una delle più antiche e costanti colonie del mondo».

Diceva Gramsci (il 16 Aprile 1919 in un articolo dell’Avanti, avente per titolo “I dolori della Sardegna”) che:

“Nel cinquantennio 1860-1910 lo Stato italiano nel quale hanno sempre predominato la borghesia e la nobiltà piemontese, ha prelevato dai contadini e pastori sardi 500 milioni di lire che ha regalato alla classe dirigente non sarda.

Perché è proibito ricordare, che nello Stato italiano, la Sardegna dei contadini e dei pastori e degli artigiani è trattata peggio della colonia eritrea in quanto lo stato «spende» per l’Eritrea, mentre sfrutta la Sardegna, prelevandovi un tributo imperiale?”.

Jhon Day, nato a Chicago nel 1924, ha insegnato come docente di Storia economica dell’Università di Parigi VII, in Israele, negli Stati Uniti, in Italia e anche a Cagliari.

Si è occupato di Sardegna, terra in cui ha anche vissuto per un periodo.

Per Day “Gli stessi meccanismi di base del regime coloniale o neo coloniale – la dipendenza politico-militare, le pesanti tasse e tributi praticamente senza contropartita, lo scambio ineguale – persistono sotto il dominio pisano-genovese, aragonese-spagnolo e piemontese, e non spariscono completamente neanche dopo il 1860″. (pag. 20)

[…]
“La storia, è stato detto, è lo studio dei cambiamenti anche se, come in Sardegna, questi sono stati estremamente lenti e non sempre nel senso del progresso.

Al contrario, per secoli il processo storico dell’isola sembra che sia stato più ciclico che lineare, ciò che lascia, visto da lontano, l’illusione di una società praticamente immobile e ai viaggiatori stranieri il sentimento di aver scoperto in piena Europa una società arcaica, o peggio ancora, primitiva.

Questi movimenti ciclici si evidenziano nei flussi e riflussi migratori interni. In contrasto ad altri popoli isolani del Mediterraneo, i sardi nei secoli passati emigrarono poco. Le migrazioni all’interno dell’isola invece potevano essere molto consistenti (anche senza contare gli spostamenti dei pastori transumanti)” (pag. 22)

Il libro continua esaminando i problemi del banditismo, più forte in Gallura durante il periodo spagnolo, per via del contrabbando, in Barbagia successivamente.

Le terre comuni (ndr, viddatzones), secondo Day, non sono risalenti al periodo nuragico, ed esamina tutti i tentativi falliti (spagnoli e piemontesi) di riforma dell’isola in senso agrario, a dimostrazione che

tutti questi esempi tratti dalla storia sarda servono quindi a dimostrare la fallacia di modelli euro-centrici del processo storico in un paese dov’è in gioco non tanto il progresso quanto la sopravvivenza.
Sotto questo aspetto la Sardegna, una delle più vecchie dipendenze coloniali del mondo, non è stato certamente un caso isolato. (pag.36)

Durante il periodo giudicale, mette in evidenza le ricchezze dei pisani, che portarono all’esaurimento le miniere di argento di Iglesias, sfruttando le saline cagliaritane e il grano sardo. Poco si sofferma invece sui quasi 600 anni di indipendenza del Giudicato di Arborea.

Analizza poi il ruolo della donna nella società sarda, tutt’altro che matriarcale, il popolamento (circa 300.000-320.000 persone durante il 1300-1400) e della povertà che emergeva dai censimenti per le tassazioni, con la convinzione che le ribellioni sono avvenute soprattutto in quei paesi dove la povertà era più marcata, incluso nel periodo dei moti anti-feudali del 1793-96.

A muovere le ribellioni non furono le idee liberali e repubblicane, ma la fame e la corruzione dei baroni e feudatari.

L’analisi dei dadi del 1771 mostra che i paesi più poveri sono quelli che hanno avuto più ribellioni.

“Alla luce di tutti questi dati si possono dunque considerare i primi moti come una classica rivolta anti-fiscale di gente ridotta alla miseria e alla disperazione per le cattive annate.

Il movimento sarà recuperato solo in secondo tempo da “democratici” filo-francesi come Cilocco, Mundula, Muroni, Sanna Corda e lo stesso Giovanni Maria Angioy, vale a dire da membro di un ceto sociale in gran parte esente dal pagamento di quei tributi che erano la causa immediata della ribellione.” (pag. 69)

Che dire!

Che “siamo stati sempre colonizzati“, ci è stato ripetuto in ogni ordine e grado della scuola, in tv, nei giornali e in tutte le discussioni da bar.

Scoprire che siamo una delle più antiche e costanti colonie al mondo (detto da uno storico americano, quindi non dentro questioni politiche nostre), fa un effetto diverso.

La dimensione e le tipologie delle servitù delle basi militari, l’industria inquinante degli anni ’60, tassazioni (66% nel sassarese, record italiano sulle aziende), monopoli di fatto sui trasporti e colonizzazione linguistica e culturale, ci fanno credere che oggi non siamo in una situazione tanto differente dal passato.

I tempi cambiano e il sentimento sardo pure, sta assumendo una consapevolezza nuova, non più rassegnata e non più fatalista.

E candu su bentu sulat, tocat a bentulai!

Fonti:
La Sardegna come laboratorio della storia, John Day, A cura dei Rotary club di Cagliari

http://www.fondazionesardinia.eu/ita/?p=11871

https://www.manifestosardo.org/colonialismo-italiano-in-sardegna/

Immagine presa da http://www.wikiwand.com/it/Storia_della_schiavit%C3%B9

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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