Le bianche colline di Karel (poesia di Aquilino Cannas)

La Cagliari del 1972, nel libro Le bianche colline di Karel di Aquilino Cannas, Editrice Sardegna Nuova, viene descritta come una città violentata, che ha smarrito li suo spirito autentico.

Il testo poetico di Cannas, al solito tagliente e irriverente, è preceduto da una prefazione dell’archeologo Giovanni Lilliu, pura poesia anche la sua, che da sola vale il prezzo del libro.

Ecco la prefazione di Lilliu:

“Aquilino Cannas mette a nudo, a una a una, le ferite delle colline (ndr, Lilliu e Cannas   non hanno conosciuto le ferite alla vecchia città di Santa Igia, sepolta dal cemento della potenza di chi comanda, controllando l’informazione), segni dei morsi della gran bocca del potere economico straniero, e lancia, con vibrazioni di ira nascosta, un grido di dolore per salvare, se si può ancora, le “virtù” della città, che sono, poi, le “proprietà” della Sardegna.
E’ un appello alla resistenza storica, a mobilitare le forze del “rifiuto” costante, per scacciare l’ultimo invasore e colonizzatore, per non morire (ndr, questo appello è caduto nel vuoto da tempo, della cultura cagliaritana non è rimasto nulla; eppure Cagliari secondo il Fara ancora agli inizi del ‘900 aveva un tipo di musica che considerava la più primitiva tra tutte le musiche sarde: “su cantu a sa bascascina”, che si eseguiva con su basciu e sa contra).

Una lunga esperienza, ha insegnato da chi ci ha preceduto con l’ottimismo dei puri, ha finito per caricarsi di tutta la negazione di sé stessa, avvilita e umiliata dalla politica del solo potere, fuori dal livello di “coscienza” sarda; asservita al dominio dei nuovi monarchi e delle nuove dinastie coronate di gemme acriliche e chimico-derivate.

Denunciando la morte delle colline, Aquilino Cannas mette in guardia contro i pericoli di morte dell’autonomia di Cagliari e della Sardegna, contro il processo di “autofagia” e il disegno di “genocidio” in atto da parte del “moloch” della “Weltanschaunng” isolana (ndr, in passato i quartieri Cagliaritani avevano la propria cultura autoctona, e i propri cantadores e poeti, mentre i dominatori si chiudevano nel Casteddu ‘e susu, sbarrando le porte ai sardi all’imbrunire).

E’ come dire che il cappio della cultura straniera prevalente si sta stringendo intorno al collo della cultura alternativa popolare sarda (ndr, non ultimo il carnevale Cagliaritano, con Re Cancioffali, s’Urtzu cittadino, che per vari anni è scampato al rogo, sostituito da una agenzia di fighetti “de foras”).

Un avvertimento che da noi non c’è soltanto possibilità di inquinamento atomico ma, forse più grave, l’inquinamento culturale.

Dal corpo martoriato delle colline, esce una voce di incitamento alla resistenza contro l’ultima conquista dal mare e anche contro i “collaborazionisti” nostrani, ad evitare che coloro i quali verranno dopo di noi possano parlare di Cagliari come di una “città morta” (ndr, a meno che per “città viva” qualcuno intenda la movida, e non la cultura casteddaja, la città è morta e sepolta, proprio quando arrivano i turisti, affamati di cultura etnica locale, e non di imitazioni della città di Altrove) e dalla Sardegna come di una “regione fallita” e di una “nazione perduta”.

Cagliari, 22 novembre 1972

Giovanni Lilliu

Riporto solo una parte del testo poetico de su cantori casteddaju:

“Su queste bianche colline la storia, della millenaria Città. Settemila gli anni trascorsi dai Protosardi ai Nuragici, ai Shardana (ndr, ante Melis e Frau), al susseguirsi dei tempi poi cruenti che attrassero a convegno le stirpi dei grandi invasori a fermare quella fiorente civiltà dei sardi ora pietrificata, fissata nei macigni dei nuraghi (ndr, l’archeologo Taramelli aveva segnalato i resti di un nuraghe a Monte Urpinu, ora distrutto e sepolto dal cemento) , nel bronzo delle sculture che narrano le umane vicende, la saga di un popolo singolare, l’ermetica dignità del “popolo del silenzio”.”

[…]

“Il tordo musico ha smesso il suo flauto.
Altre voci hanno lasciato il nostro cielo infetto, scomparse oltre il golfo che già si copre di miasmi:

“Alcionesque tuum flebunt lacrimabile funnus”.

E mentre ancora si scava, trasmighi via il popolo delle colline! Con il fardello della sua continuità storica, prima che emerga il mare a dilavarne ogni memoria nell’indolenza rassegnata e taciturna.

Resti chi ha trovato la sua macabra vocazione sguazzando nei liquami del disfacimento.
E chi accorre puntuale la dove si consumano i misfatti e ride, ride, già di un suo allegro ridere sardonico…
Ad ognuno i suoi forni crematoi…”

Che altro dire?… profeta in patria, nel vero senso del termine.

Una città ormai di livello europeo, che ha rinunciato alla leadership della Sardegna, e che sembra quasi aliena, rispetto dal resto della Sardegna.

Cagliari potrebbe ripartire proprio dalla riscoperta dei quartieri, e delle loro vecchie sagre, riscoprendo i poeti in lingua sarda, is cantadoris e recuperare la toponomastica.

La cultura sarda e cagliaritana potrebbe dare una impronta forte al turismo.
L’occasione è di quelle da prendere al volo, proprio mentre la crisi ha trasformato l’economia, con più servizi al turismo, ristoranti, street food, e meno commercio, ormai in mano alla grande distribuzione e ad Amazon.
E i turisti finalmente arrivano.

Più turismo, ma che sia culturale, a partire dalla destinazione del rudere del Marino, che potrebbe essere sostituito dal Betile, come imponente museo della cultura nuragica, progettato dall’architetto scomparso, Zaha Hadid.


 

Versione Sarda

Is biancas collinas de Karel (poesia di Aquilino Cannas)

Sa Casteddu de su  1972, in su libru Le bianche colline di Karel di Aquilino Cannas, Editrice Sardegna Nuova, est una citadi ruinada, chi no sciit prus chini est e aundi si furriai.

Is fueddus poeticus de Cannas, meda linguatzudu cumenti a su solitu suu, funt spiegaus de una prefatzioni de s’archeolugu Giuanni Lilliu, chi cun poesia ndi chistionat. Scéti custus fueddus balint su pretziu de su libru.

Eccus is fueddus de Lilliu:

“Aquilino Cannas mette a nudo, a una a una, le ferite delle colline (ndr, Lilliu e Cannas   non ant acutu a connosciis ferìas a sa becia citadi de Santa Igia, tudada asuta de su cimentu de sa potentzia de chini cumandat, controlle-ndi s’informatzioni), segni dei morsi della gran bocca del potere economico straniero, e lancia, con vibrazioni di ira nascosta, un grido di dolore per salvare, se si può ancora, le “virtù” della città, che sono, poi, le “proprietà” della Sardegna.
E’ un appello alla resistenza storica, a mobilitare le forze del “rifiuto” costante, per scacciare l’ultimo invasore e colonizzatore, per non morire (ndr, custa tzerriada no est stetia ascurtada de meda tempus, e de sa cultura casteddaja no est abarrau nudda; eppuru Casteddu segundu s’etnomusicolugu Fara, fintzas a su primu noixentus teniat unu tipu de musica chi cunsiderada sa prus primitiva intra totu is musicas sardas: “su cantu a sa bastascina”, chi si cantaiat cun su basciu e sa contra).

Una lunga esperienza, ha insegnato da chi ci ha preceduto con l’ottimismo dei puri, ha finito per caricarsi di tutta la negazione di sé stessa, avvilita e umiliata dalla politica del solo potere, fuori dal livello di “coscienza” sarda; asservita al dominio dei nuovi monarchi e delle nuove dinastie coronate di gemme acriliche e chimico-derivate.

Denunciando la morte delle colline, Aquilino Cannas mette in guardia contro i pericoli di morte dell’autonomia di Cagliari e della Sardegna, contro il processo di “autofagia” e il disegno di “genocidio” in atto da parte del “moloch” della “Weltanschaunng” isolana (ndr, in is tempus passaus is cuartieris Cagsteddajus teniant donniunu sa propria cultura insoru, e is proprius cantadores e poetas, mentras is colonitzadores si tancant in Casteddu ‘e susu,  serrendi is gennas a is sardus candu scurigat).

E’ come dire che il cappio della cultura straniera prevalente si sta stringendo intorno al collo della cultura alternativa popolare sarda (ndr, a urtimu su cronnovali Casteddaju, cun s’Urrei Cancioffali, s’Urtzu de citadi, chi po medas annus si dd’est scampau s’abruxiadura, arremudau de una agentzia de “mafiosus”* “de foras”). *fighetti in lingua sarda

Un avvertimento che da noi non c’è soltanto possibilità di inquinamento atomico ma, forse più grave, l’inquinamento culturale.

Dal corpo martoriato delle colline, esce una voce di incitamento alla resistenza contro l’ultima conquista dal mare e anche contro i “collaborazionisti” nostrani, ad evitare che coloro i quali verranno dopo di noi possano parlare di Cagliari come di una “città morta” (ndr, no si sciit chi po “città viva” calincunu pensat a sa movida, e no a sa cultura casteddaja, sa ciadi est morta e interrada, propriu candu arribant is turistas, disigiosus de agatai cultura etnica de su logu, e no de cosa strocia  de sa citadi de Altrove) e dalla Sardegna come di una “regione fallita” e di una “nazione perduta”.

Cagliari, 22 novembre 1972

Giovanni Lilliu

Scriu scéti calincuna parti de sa poesia de su cantori casteddaju:

“Su queste bianche colline la storia, della millenaria Città. Settemila gli anni trascorsi dai Protosardi ai Nuragici, ai Shardana (ndr, innantis de Melis e Frau), al susseguirsi dei tempi poi cruenti che attrassero a convegno le stirpi dei grandi invasori a fermare quella fiorente civiltà dei sardi ora pietrificata, fissata nei macigni dei nuraghi (ndr, s’archeolugu Taramelli iat giai scrubertu is ruinas de unu nuraxi a Monte Urpinu, imoi ruinau e crubertu de su cimentu) , nel bronzo delle sculture che narrano le umane vicende, la saga di un popolo singolare, l’ermetica dignità del “popolo del silenzio”.”

[…]

“Il tordo musico ha smesso il suo flauto.
Altre voci hanno lasciato il nostro cielo infetto, scomparse oltre il golfo che già si copre di miasmi:

“Alcionesque tuum flebunt lacrimabile funnus”.

E mentre ancora si scava, trasmighi via il popolo delle colline! Con il fardello della sua continuità storica, prima che emerga il mare a dilavarne ogni memoria nell’indolenza rassegnata e taciturna.

Resti chi ha trovato la sua macabra vocazione sguazzando nei liquami del disfacimento.
E chi accorre puntuale la dove si consumano i misfatti e ride, ride, già di un suo allegro ridere sardonico…
Ad ognuno i suoi forni crematoi…”


 

Ita nai?… profeta in patria, in su sensu prus beru.

Una citadi ormai de livellu europeu, chi no ddi andat sa leadership culturali de sa Sardìnnia, e chi parit aliena, cunfrontau cun su restu de sa Sardìnnia etotu.

Casteddu iat a podi torrai a si movi propriu de sa valoritzatzioni de is cuartieris, e de is festas antigas, torre-ndi a scuberri is poetas in lingua sarda e is cantadoris e de is nominis de is bias.

Sa cultura sarda e casteddaja iat a podi donai unu arrastu forti a su turismu.
S’occasione est de si chi no si podint perdi, fintzas ca sa crisi ha cambiau s’economia, cun prus servitzius a su turismu, ristorantis, street food, e mancu comerciu, ormai in manu a is supermercaus e a Amazon.
E is turistas arribant.

Prus turismu, ma chi siat culturali, a inghitziai de sa sciusciu de su Marino, chi iat podi essi arremudau de su Betili, cumenti museu de sa cultura nuragica, progettau de s’architetu mortu de pagu, Zaha Hadid.

 

Copertina: http://www.sardiniapost.it/cronaca/ex-marino-giusto-revocare-concessione-pigliaru-ora-riqualificazione/

Foto del Betile: http://www.sardegnasoprattutto.com/archives/3922

 

 

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