Tziu Paddori, Sergio Atzeni e i misturi linguistici

“Eravamo d’accordo perché le lingue perdano il loro orgoglio ed entrino nell’umiltà dei linguaggi, dei linguaggi liberi, dei linguaggi folli, dei trasalimenti che li rendono disponibili a tutte le lingue del mondo.
Eravamo d’accordo perché una traduzione non sia una chiarificazione, ma diventi la messa a disposizione di un elemento della diversità del mondo in una lingua che la accolga.
Eravamo d’accordo perché una traduzione non vada da una lingua pura ad un’altra lingua pura, ma organizzi l’appetito reciproco delle lingue nell’ossigeno impetuoso del linguaggio.
Eravamo d’accordo perché una traduzione non tema più l’intraducibile, ma annoveri e fecondi tutti gli intraducibili possibili.
Ed eravamo d’accordo perché una traduzione onori anzitutto l’irriducibile opacità di ogni testo letterario, perché, in questo mondo che ha infine una possibilità di risvegliarsi, il traduttore diventi il pastore della Diversità.
Il paese di Sergio (ndr, Atzeni) è una terra di linguaggi, d’ombra e di luce, e di diversità.
Egli capiva ciò che dicevo.
Lo sapeva già.”

Patrick Chamoiseau, autore di Texaco, testo in lingua francese e creolo, tradotto da Sergio Atzeni.
Tratto da, Sergio Atzeni: a lonely man, Giuseppe Marci, CUEC, pag. 221.

Domanda: “In che misura una tradizione culturale, letteraria sarda ti ha ispirato?
In altre parole, preferisci Enrico Costa o Raymond Chandler?
Chi ha avuto più importanza nella tua formazione personale e letteraria?”

Risposta di Sergio Atzeni: “Tziu Paddori. Non sto scherzando. Sul fatto che io sia sardo, credo che non si possa dubitare, almeno se si chiede il certificato di nascita. Io qui ci sono nato, ci ho vissuto.
Quando ero piccolino mia nonna mi leggeva i racconti di Grazia Deledda e quanto quei racconti mi abbiano influenzato, non lo so”.

(dalla conferenza, Il mestiere dello scrittore, pag. 89)

Nel misturo etnico linguistico cagliaritano e sardo, tziu Paddori soffre e subisce la nuova dimensione linguistica, arrivata da fuori in Sardegna suo malgrado. I nipoti parlano italiano perché a scuola gli viene insegnato italiano e su tziu si deve adeguare per farsi capire.

E’ spettatore passivo di errori compiuti dalla classe dirigente: quando è stata fatta la carta autonomistica che non ha incluso l’insegnamento della lingua sarda; quando dopo la prima guerra mondiale il Partito Sardo d’Azione non ha osato di più; quando è avvenuta la fusione perfetta; quando abbiamo richiamato i piemontesi dopo sa die de s’aciapa e successivamente quando fu tradito Angioy.
Il festival delle occasioni mancate e dei tradimenti.
E’ il fallimento del popolo sardo, che non è riuscito ad esprimere una classe dirigente all’altezza.

Tziu Paddori, preso singolarmente, non ha responsabilità e anzi entrando in scena teatralmente rende consapevole quello che accade nei piani bassi della società sarda; nei piani alti della società sarda, i famosi canis de strexiu, invece scimmiottano i dominatori; inconsapevoli del loro ruolo storico mancato, ma contenti del piatto di lenticchie.

Atzeni racconta anche lui quello che succede, sublimando questa impostazione linguistica di misturo, che diventa la forza vitale dei suoi scritti.

Sciola aveva le sue pietre, Claudio Pulli le sue ceramiche, Ciusa le sue sculture; Atzeni aveva la sua lingua italiana amesturada al sardo-casteddaio.

Atzeni, come Gramsci, Lussu, Deledda e Satta, si esprime in italiano, ed è consapevole della storia sarda, degli errori del passato.

Passavamo sulla terra leggeri, termina in maniera brusca, proprio dopo la sconfitta degli Arborea, definendo il momento in cui finisce la nostra storia.
In precedenza il cuore dell’isola era sempre rimasto in mano ai giudici discendenti dei S’ard, che scorrazzavano con le bardanas.
Inizierà la storia dei colonizzati senza storia.

Il primo romanzo moderno, in lingua sarda (Larentu Pusceddu, S’arvore de sos tzinesos) è stato scritto solo nel 1982, quasi a fine secolo.

Allora (ma anche oggi) non c’era ancora una quantità di lettori in lingua sarda, tale da permettere allo scrittore di vivere solo dei suoi romanzi.

Nel 1987 esce invece Po cantu Biddanoa, di Benvenuto Lobina, spinto alla scrittura del romanzo in lingua sarda, proprio da Sergio Atzeni e da Giulio Angioni, consapevoli dell’importanza della lingua sarda nella letteratura.

Atzeni scriverà anche mutetus in lingua sarda, inventandosi una ortografia, da creativo quale era.

Mutetus che rappresentano la più antica e originaria forma letteraria sarda, la poesia orale un tempo diffusa in tutto il Mediterraneo.
Probabilmente è sempre esistita dai tempi nuragici.

Secondo Giuseppe Marci, Atzeni con il tempo inserisce sempre più termini sardi nei suoi libri e avrebbe scritto maggiormente in lingua sarda, se non fosse improvvisamente scomparso.

Sergio Atzeni mette in crisi chi dice che la letteratura sarda è solo quella in lingua sarda: scrive in entrambe le lingue.
Il mondo non è in bianco e nero.

La lingua, racconta s’istoria de su mundu, e le scelte linguistiche di Atzeni e le involontarie storpiature di tziu Paddori, raccontano solo il tempo in cui viviamo e ci hanno permesso, oggi, di avere la consapevolezza differente.

Ma la colonizzazione non si è avuta solo con la lingua.
Anche con i vestiti occidentali.
Nel mondo vestiamo tutti come i modelli dei film e della pubblicità; le differenze tra giapponesi, indiani, africani, sardi, spagnoli, finlandesi sono tutte annullate.

Così pure nelle arti marziali.

E nelle musiche.

Nei balli.

Nei lavori (tutti al pc).

Nei giochi dei bambini.

Resiste la cucina.

Muore quello che si cristallizza e non si evolve.
Darwin ci aveva avvisato.

Noi di Horoène ci proveremo a breve con la musica, a raccontare delle storie sarde;
Come preannunciato in questo post, Horoène diventa una blues band, ed uscirà con un cd musicale, pieno di misturi linguistici (sardo, italiano, inglese), e musicali (blues, rock e folk per reinterpretare la musica sarda).

Dd’apu pigada de a tesu custa borta 😉

 

 

Versioni sarda

“Eravamo d’accordo perché le lingue perdano il loro orgoglio ed entrino nell’umiltà dei linguaggi, dei linguaggi liberi, dei linguaggi folli, dei trasalimenti che li rendono disponibili a tutte le lingue del mondo.
Eravamo d’accordo perché una traduzione non sia una chiarificazione, ma diventi la messa a disposizione di un elemento della diversità del mondo in una lingua che la accolga.
Eravamo d’accordo perché una traduzione non vada da una lingua pura ad un’altra lingua pura, ma organizzi l’appetito reciproco delle lingue nell’ossigeno impetuoso del linguaggio.
Eravamo d’accordo perché una traduzione non tema più l’intraducibile, ma annoveri e fecondi tutti gli intraducibili possibili.
Ed eravamo d’accordo perché una traduzione onori anzitutto l’irriducibile opacità di ogni testo letterario, perché, in questo mondo che ha infine una possibilità di risvegliarsi, il traduttore diventi il pastore della Diversità.
Il paese di Sergio (ndr, Atzeni) è una terra di linguaggi, d’ombra e di luce, e di diversità.
Egli capiva ciò che dicevo.
Lo sapeva già.”

Patrick Chamoiseau, autore di Texaco, testo in lingua francese e creolo, tradotto da Sergio Atzeni.
Tratto da, Sergio Atzeni: a lonely man, Giuseppe marci, CUEC, pag. 221.

Domanda: “In che misura una tradizione culturale, letteraria sarda ti ha ispirato?
In altre parole, preferisci Enrico Costa o Raymond Chandler?
Chi ha avuto più importanza nella tua formazione personale e letteraria?”

Risposta di Sergio Atzeni: “Tziu Paddori. Non sto scherzando. Sul fatto che io sia sardo, credo che non si possa dubitare, almeno se si chiede il certificato di nascita. Io qui ci sono nato, ci ho vissuto.
Quando ero piccolino mia nonna mi leggeva i racconti di Grazia Deledda e quanto quei racconti mi abbiano influenzato, non lo so”.

(Il mestiere dello scrittore, pag. 89)

In s’amesturu etnicu-linguisticu casteddaiu e sardu, tziu Paddori sunfridi passivamenti sa lingua noa, arribada in Sardìnnia de a foras. Is nebodis chistionant italianu poita in sa scola dd’imparant s’italianu e su tziu est costrintu a imparai issu puru po cumprendi su mundu nou.

Castiada su mundu suu acabe-ndi, po crupa de si chi cumandant in Sardìnnia: candu est stetia fata sa carta autonomistiga, chi no at includiu su sardu in scola; candu in sa gherra manna su Partidu Sardu de Atzioni no at fatu de prus; candu est stetia fata sa perfeta fusioni cun s’Italia; candu eus torrau a tzerriai is piemontesus a pustis de nci ddus essi bogaus, in sa die de s’aciapa, e a pustis, candi iant traixiu Angioy.
Unas cantus de ocasionis perdias e de is tradimentus.
Est sa faddina de su populu sardu, chi no est arrennèsciu a nci ponni politicus mannus, in Casteddu.

Tziu Paddori, assolu, no podiat fai nudda, e intre-ndi in su teatru, fai cumprendi a totu si chi est sutzedendi a su pobulu sardu; in is pranus artus de sa sociedadi sarda ddui funt is canis de strexiu, chi strocint, a tipu mantinicas, is colonizadoris; cuntentus de si papai unu pratu de gintilla, a sa faci nostra.

Atzeni, issu puru contat si chi sussedit, impere-ndi in manera meda bona sa lingua amesturada de tziu Paddori; s’amesturu diventat sa fortza de sa scritura de Atzeni.

Sciola teniat is pedras, Claudio Pulli is ceramicas, Ciusa is sculturas suas; Atzeni imperat sa lingua italiana amesturada cun su sardu-casteddaiu.

Atzeni, cumenti Gramsci, Lussu, Deledda e Satta, si esprimit in italianu, scie-ndi sa nostra storia e is faddinas de su tempus passau.

Passavamo sulla terra leggeri, acabat repentinamenti, propriu a pustis de chi is Arbureas perdint; in cussu momentu acabat sa nostra storia.
A innantis su coru de s’isula fiat stetiu sempri aguantau de sa genia de is S’ard, cumbatendi cun is bardanas.
A pustis at a inghitziai sa storia de is colonitzaus, chen’ ‘e storia.

Su primu romanzu modernu, in lingua sarda, (Larentu Pusceddu, S’arvore de sos tzinesos) est stetiu scritu scéti in su 1982, candu fiat casi spaciau su seculu.

Insandus (ma balit po oi puru) no nci fiat ancora genti sarda chi ligiat in sardu, e fiat meda dificultosu po chini scioberada de bivi scriendi.

In su 1987 bessit invecis Po cantu Biddanoa, de Benvenutu Lobina, intzullau a scriri in sardu de Sergiu Atzeni e totu, e de Giuliu Angioni, scie-ndi s’importantzia de sa lingua in sa literadura.

Atzeni puru at a scriri mutetus in lingua sarda, invente-ndi-si una ortografia totu sua.

Is mutetus funt sa prus antiga e originali forma literaria sarda; sa poesia de sei, fiat unu tempus difundia in totu su Mediterraneu.
Fortzis est sempri esistia de is tempus de is nuragicus.

Segundu Giuseppe Marci, Atzeni fiat pone-ndi sempri prus fueddus in sardu in is librus suus, e chi no si fut mortu, nd’iat at essi postu meda de prus.

Sergiu Atzeni ponit in crisi a chini narat chi sa literadura sarda est scéti si chi est scrita in sardu: scriit in totu a is duas is linguas.
Su mundu no est biancu o nieddu.

Sa lingua, contat s’istoria de su mundu, e is scioberus linguisticus de Atzeni e s’italianu strupiau de tziu Paddori, contànt scéti su tempus chi eus biviu, e s’ant fatu cumpre-ndi s’importantzia de mantenni sa cultura nostra.

Sa colonizatzione no est bennia scéti cun sa lingua.
Puru cun sa manera de si bistiris, a sa moda ocidentali.
In su mundu bisteus totus cumenti bistint in is film e in sa publitzidadi; no nci funt prus diferentzias intra de giaponesus, indianus, africanus, sardus, spagnolus, finlandesus.

Aici puru in is artis martzialis.

E in sa musica

In is ballus.

In is traballus (totus a su pc).

In is giogus de is pipius.

Si abarrat sa manera de coxinai.

Mori si chi no si evolvit e abarrat cristallitzau
Darwin si dd’iat nau.

Nosus de Horoène nc’eus a provai fra pagu, cun sa musica, a contai storias sardas;
Cumenti emus nau in custu post, Horoène at a diventai una truma blues, e at a bessiri cun-d-unu cd musicali, prenu de amesturus de linguas (sardu-campidanesu-e-logudoresu, italianu, inglesu), e musicalis (blues, rock e folk amesturaus cun sa musica sarda).

Eus a benni a biri ita nd’at a bessiri

p.s. chi nci funt faddinas ortograficas, ghettai unu tzerriu ca ddas currigiu.

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