In che lingua raccontare? (di Sergio Atzeni)

Possiamo parlare di letteratura sarda?
Dando risposta affermativa pretendiamo d’essere una identità (i sardi) capace di esprimere una propria visione del mondo, sia pure in lingua italiana importata.

Niente di cui scandalizzarsi, il bulgaro ebreo Elias Canetti ha scritto in tedesco i suoi capolavori, intere etnie della Mitteleuropea hanno adottato a causa di svariate vicende storiche il tedesco come lingua di comunicazione letteraria, gli afroamericani di Martinica e Guadalupa esprimono l’identità creola in un francese d’oltralpe.
Noi sardi: una identità etnica.

Una nazione? Quale rapporto fra l‘identità etnica o nazionale è l’opera d’arte?
Dev’essere cercato? Per quali motivi? Quali sono gli strumenti della ricerca? E che significa veramente nazione, perché la si narra?

Sospetto di trovarmi di fronte a uno di quei nodi del discorso collettivo che esprimono o rivelano lo spirito dell’epoca, la linfa nascosta che nutre le mode culturali, i mutamenti di gusto, le trasformazioni della politica, le svolte della storia.
Ma forse esagero. Nazione o narrazione, dunque.

Tema ambiguo e pericoloso come tutto quanto è legato al sangue, alla razza, alla lingua.
Tema da tempi di crisi e di paura della ragione. Tema tutt’altro che nuovo; se non avessimo precedenti nefasti potremmo ignorare la prudenza. Nel ripresentarsi delle questioni culturali a distanza di decenni o secoli c’è il segno di antiche ferite mai rimarginate?

L’Europa moderna e contemporanea è sfigurata dai guasti dei nazionalismi?
Circa 1600 anni fa visse un uomo chiamato Ilario. Fu braccio destro del papa Leone Magno e a un famoso concilio in cui si discusse di arianesimo dovette nascondersi per sette giorni in un sepolcro per sfuggire a certi vescovi della fazione avversa che volevano fargli la pelle.

Ilario fu eletto papa dopo la morte di Leone Magno..
Affianco al suo nome, nel Liber Pontificalis, sta la dicitura: natione sardus.
Tempo dopo un altro papa fu eletto e accanto al suo nome, Simmaco, sta uguale dicitura: natione sardus.

Dicitura qualificativa e definitoria. Era chiaro a tutti cosa si intendesse per nazione: una stirpe che riconosceva se stessa origine comune alla quale gli altri riconoscevano comunanza di sangue e tradizioni.
Origine comune; veniamo da uno stesso padre o da una mitica famiglia primigenia e da un eroe vagabondo o dagli dei.
Senso antico non lontano da quello moderno di parole come etnia e tribù.
Gli altri ci riconoscono comunanza di sangue, riti e tradizioni, ovvero di etnia e cultura.
A volte ci attribuiscono anche identità morale e di indole, entra in ballo il razzismo.

Credo non possa esistere scrittore alienato dalla propria nazione.
Se un uomo d’occidente viaggia per dieci anni in India e descrive tutto quello che vede usa la lingua, i pensieri, le immagini, il modo di ragionare della sua nazione.
Interpreta un modello culturale estraneo con gli strumenti del proprio modello culturale.

Deve anche controvoglia, se non vuole rinunciare a capire. Si può scrivere in una lingua straniera, se si ha l’ingegno necessario, ma capita che l’uso delle immagini e la scelta delle parole tradiscano lo scrittore mostrando in controluce la sua nazione e arricchendo, personalizzando il tessuto linguistico straniero, o impoverendolo, rendendolo goffo e ignorante.

Si può vivere una vita lontana dalla propria nazione, per costrizione maledetta, gli esuli insegnano, o per scelta individuale, per desiderio di conoscere il mondo.

Si può cambiare lingua e attitudini ma l’anima resta radicata nella nazione lontana.
Giovanni Maria Angioy, sardo esule, scrisse in francese una storia di Sardegna.

Nei tempi moderni un uomo molto dotato di ingegno può evadere dalla propria nazione di nascita e sceglierne una di adozione, una nazione dello spirito, magari come Conrad il mare, il viaggio e la descrizione dei mostri e degli angeli latenti nell’anima umana.

Non è escluso però che un domani qualche abile esegeta trovi nei fantasmi e sortilegi di Conrad ricche vene provenienti dalle leggende popolari delle nazioni polacca, lettone e lituana.

Chi per propria sventura sappia di non essere all’altezza del mignolo sinistro di Conrad ma voglia con onestà narrare, non ha che da guardare la propria nazione, in diretta o nella memoria.

Troverà infiniti spunti per intrecci e vicende di romanzo e nella propria identità nazionale un terreno fertile di immagini, modi di dire e costumi che colano e svelano una visione del mondo.
La faccenda è complicata, in quest’epoca.

L’appartenenza nazionale è doppia o tripla o quadrupla, quando non arricchita o sostituita da un’appartenenza ideologica (come il comunismo) che con atto volontario l’uomo assume a tribù dello spirito.

Molteplici sono le radici di ognuno di noi. Che intendo dire?
Sono sardo, ritrovo in me i tratti storici e fisionomici dell’etnia, mi riconosco nel suo patrimonio culturale, sento che il mio modo di essere più antico, profondo, ineliminabile, è intrecciato alla vita passata dei sardi.

Su questo modo di essere personale ma che sospetto collettivo (perciò ne parlo), non smetto di indagare da che ho pensiero (è oggetto e scopo del mio lavoro).

Sono anche italiano; per rivolgermi al mondo uso questa lingua che mi coinvolge in una tradizione secolare (per usarla al meglio forse non sarebbe male conoscerne le radici, leggere e studiare cioè Boccaccio e Dante, Ariosto e Machiavelli, Manzoni e Sciascia).

Sono italiano anche perché negli ultimi duecento anni molte abitudini e modi di vita italiani hanno attecchito nell’isola, prima in città, fra i colonizzatori e i domestici isolani, poi dappertutto.

Un contagio assieme benefico e negativo: nessuna cultura può vivere in isolamento totale, deperisce e muore, ma quando si acquisisce dall’esterno sarebbe bene non importare i vizi: possiamo escludere del tutto che una mentalità di tipo camorrista si sia insinuata nell’isola nel corso degli ultimi cinquant’anni?

Sono anche europeo, cioè condivido con francesi, catalani, svevi, bavaresi, corsi, irlandesi, napoletani, siciliani, piemontesi, senesi, fiorentini e tante altre nazioni una tradizione culturale o fortissima, egemonica, la tradizione dell’uomo bianco, strutturata nei capisaldi sul messaggio biblico (giudeo e cristiano) che per la sua apertura all’esterno, per la sapienza dei suoi esegeti e santi, è stato capace di filtrare e rifiutare tutte le antiche sapienze africane, mesopotamiche, greche, trasformandole e assimilandone nel corso  di una storia lunga e tortuosa, ben più complessa e avvincente di un romanzo.

La tradizione dell’uomo bianco è la nazione vera degli europei di oggi. Anche dei sardi.

Non pare la radice, più solida e potente? Pensiamo a come abbiamo imparato a parlare e scrivere italiano in questo secolo, con quanto entusiasmo, (ndr, e con qualche bacchettata nelle mani come testimoniano Spano e Masala) fino a raggiungere i vertici di Grazia Deledda, Salvatore Satta, Giuseppe Dessì, Antonio Gramsci, Emilio Lussu, relegando il sardo all’uso famigliare.

Con uguale entusiasmo accetteremo che ci venisse imposta una religione non cristiana?

O ci ribelleremo? Narrare la propria nazione non significa amarla.
Posso denunciare una cultura capace di produrre un oggetto inutile ma ingegnoso come lo spazzolino da denti elettrico, un manufatto che è stato utile ma che potrebbe distruggerci tutti come la bomba atomica e mostruosità inutili, ingegnose, malvagie e barbare contro i campi di concentramento.

Se dalla narrazione passo alla morale e cerco anticorpi e alternative non posso che rivolgermi alla parte viva della tradizione (la fede cristiana, i precetti del Vangelo) e combattere per una rivoluzione spirituale della nazione.

E’ pericoloso non capire che la tradizione che muove dalle pagine di una Bibbia spesso fraintesa (in buona e malafede) e passa per Leonardo, Rabelais, Bach, Cervantes, Van Gogh, Einstein (e chi più ne ha più ne metta) ci unisce molto di più di quanto ci possano dividere i vizi e difetti di ogni etnia o le memorie di massacri non lontani?

La storia europea ha formato una tradizione unitaria, una nazione mosaico (di grande bellezza) cui manca ormai soltanto una vera organizzazione nazionale, ovvero una costituzione, una moneta, un esercito.
Cui manca soprattutto l’anima dei popoli distratti e non pensosi del futuro.
Può essere pericoloso non unirci.

Rischiamo una seconda Bisanzio, una balcanizzazione d’Europa: lotte fratricide e disperate avvolte da nubi di proclami altisonanti dei mezzi di comunicazione, guerra per bande nei quartieri alti della politica e dell’industria, crisi economica, dominio pacificatore esterno. Un destino triste da colonizzati.

La complessità di radici e tradizioni (sardo, italiano, europeo) rende arduo il compito dello scrittore nazionale, ovvero di chi narra la propria nazione cercando un linguaggio personale ma comunicativo. 

Arduo ma non impossibile, vale la pena di tentare, è la risposta dei sardi che in questi anni tentano la via della narrazione, della letteratura.

Tratto da: Sergio Atzeni, La voglia di scrivere a cura di Manuela Arca, la biblioteca dell’Unione Sarda.

 

 

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