La “costante resistenziale” primitiva nella musica campidanese: cantus a sa bastascina

Secondo Giulio Fara, etnomusicologo di inizio novecento, la musica campidanese ha tenuto maggiori elementi primitivi e originari, rispetto al resto della musica sarda.

“Come i proverbi sono la saggezza dei popoli, così la musica ne è l’anima; dalla musica popolare deriva tutta l’altra: essa risale attraverso i secoli fino alle origini della parola.”

(…)

“Musiche pastorali d’altri tempi; musiche primitive e ingenuamente appassionate, tramandate religiosamente attraverso i secoli da padre in figlio: musiche originali, antiche, preziosissime!

Ma la civiltà e il progresso penetrano, benché assai lentamente, anche all’interno della Sardegna.”
(…)
Cagliari. Capitale dell’isola e per di più città marittima, non poteva, per il continuo contatto con le popolazioni del continente, conservare una musica propria; (…) In Cagliari non si cantano quasi più che canzoni italiane, specie napoletane, e le canzoni sarde che vi si cantano ancora sono le più triviali dell’isola.

Le voci poco estese e sonore, la pronuncia aperta, sguaiata, senza alcuna grazia, rendono ancora più volgari queste canzoni.

Un canto proprio sardo, e più specialmente cagliaritano e del quale l’originalità consiste più nel modo d’esecuzione che nella melodia, è quello che a Cagliari vien denominato: cantu a sa bastascina; e nel logudorese: cantu lianu.

Essa consiste in un pedale – dominante e tonica alternate- che serve a sostenere le voci alte quando cantano canzoni, anche forestiere, senza accompagnamento di strumenti.

La voce con la quale si esegue questo pedale, viene emessa con la bocca bene aperta, la lingua assai bassa, l’ugola rilassata, quasi nella posizione del gargarizzare, risuona nella cassa toracica e nella gola; è una voce bassa, cupa, sonora e roca allo stesso tempo, e con una vibrazione di gola e dell’ugola che la rende simile ai suoi bassi delle canne di un organo, d’un colore tutto particolare; con questa voce si possono eseguire le note ribattute col moto rapido della punta della lingua.

Certe volte i cantori, riuniti in numero di tre, imitano il suono delle launeddas in modo originalissimo: uno eseguendo il basso con la voce suddetta, gli altri due vocalizzando, con voce nasale, i ritmi del ballo sardo.

Questo modo di eseguire il pedale è al tutto originale della Sardegna, né riscontrasi in nessun’altra parte d’Italia: che se anche in Toscana si usa sostenere le canzoni con un pedale vocale, pure la voce ne è assai diversa: essa ha qualche cosa id analogo alle voci di basso della Germania, tranne che queste ultime cantano un’ottava più sotto.(…)

L’origine di questo modo di cantare è certamente antichissima, e i suoi caratteri barbari ci fanno credere che sia di origine fenicia”.

(pag., 48) (…)

“In uno dei suoi numerosi studi di dialettologia sarda (ndr, Pier Enea Guarnerio), riassumendo, così scriveva: ” Il sardo costituisce di mezzo alle due zone orientale ed occidentale delle lingue romanze, un gruppo linguistico indipendente, di cui il logudorese è il tipo fondamentale, donde si degrada a mezzogiorno nel campidanese, che va a toccarsi coi dialetti siculi, e a settentrione nel sassarese e nel gallurese che colo corso oltramontano finiscono nel corso cimontano spettante alla famiglia dei dialetti italiani e specialmente toscani”.

Ebbene, s’io, nel mio preciso campo della musica, NON sono arrivato alle stesse conclusioni riguardo al Campidano ed al Logudoro, poiché è il primo di questi due che a me dette, ancorché mescolato ad elementi arabo (siculi?)-spagnoli, il materiale più antico o preistorico che forma il tipo fondamentale dell’etnofonia sarda.

(dalle note) Glottologi e non glottologi, compresi i così detti artisti sardi, tutti tendono a dare il Logudoro, la regione centrale della Sardegna, come il rappresentante, il centro più vero e maggiore del carattere sardo.

Il signor M.L. Wagner è fra questi, ma, acuta e sincera mente di studioso, nel suo libro, già più volte citato, non può far a meno di dichiarare: “La poesia del Campidano, come suo interessante dialetto, fu trascurata fin qui in confronto della logudorese: ad onta di questo i mutetus, i veri e propri canti del Sud, non sono meno piacevoli dei mutos del Nord e artisticamente anche più ingenui e freschi“.

Preziosa confessione in tal bocca! Più ingenui e più freschi artisticamente, perché più antichi, perché realmente primitivi.

Quindi non solo l’opinione di P. Nurra che i mutettus siano derivati dai mutos del Nord, è errata, ma possibile il contrario“.

(pag. 245)

Tabella comparativa Etnofonia, Musicologia comparata, secondo il Fara (1922)

Sarda Africana Spagnola Altro
Campidano 40% 50% 10%
Barbagia  40%  60%  –  –
Logudoro  30%  10%  50%  ital. 10%
Gallura  20%  10%  50%    ital. 20%
Sassari  10%  –  30%    ital. 70%
Sant’Antioco  30%  60%  10%  –
Carloforte  –  10%  –  genov. 90%
Alghero  10%  10%  80%  –

 

Giulio Fara, Sulla musica popolare in Sardegna, a cura di Gian Nicola Spanu, Ilisso, 1997


Dal blog di Luigi Spanu

(da “Cagliari del passato”, parte terza “Vita musicale”, pp 199-200, Nicola Valle)

Di questi ultimi, i vecchi cagliaritani ricorderanno il consueto serale concerto a tre voci o tre parti reali (“sa cuncordia”) ; il quale complesso è, in sostanza, nient’altro che l’accordo fondamentale, e forse il canto popolare sardo più antico, arricchitosi, in seguito, di una quarta voce (“sa battorina”) , e nelle sola Gallura di una quinta (la “tasgia”).

Dall’uso caratteristico del canto nelle bettole, di sera, è derivata – come bene a proposito ricorda Giulio Fara – una denominazione non priva di significato dispregiativo: a “sa bastascina”, ossia alla maniera dei facchini o della gente volgare.

Tale consuetudine era tanto diffusa, che finì per diventare importuna, a tal punto che a un dato momento e un po’ alla volta si dovettero applicare, sulla porta d’ingresso delle taverne della nostra città, cartelli recanti una vistosa scritta con l’avvertimento: “E’ proibito di cantare” (sic).

I popolani invece denominavano più volentieri il loro modulo “a basciu e contra”, in quanto caratterizzato dall’insieme di due voci consistenti in un basso profondo e un “contra” (o “contra tenorem”, o contralto, o baritono) che sostenevano, con l’accordo di due sole note lunghe, la terza voce principale del tenore.


 

Purtroppo in rete non si trovano audio o video di “canti a sa bastascina” (neppure su Sardinia digital library), ma dalla descrizione il canto potrebbe assomigliare a quello de   “su basciu e sa contra” dei mutetus longus campidanesi, di cui sotto abbiamo un esempio:

 

La musica e la poesia (cantata) campidanese hanno resistito fino ad oggi (o almeno fino a quando ha scritto il Fara) dai tempi antichi e, nella conservazione delle tradizioni primitive, anche il Sud ha fatto la sua parte nel contesto isolano.

D’altronde anche le launeddas, forse lo strumento sardo più antico, raffigurate in un bronzetto nuragico di oltre 3000 anni fa, erano ormai in disuso qualche decennio fa, e a saperle suonare erano rimasti in pochissimi.
Gli ultimi suonatori, erano del Sud Sardegna (San Vito) e si esibivano per la festa di Sant’Efisio ogni anno.
Oggi per fortuna i suonatori sono tanti.

Sembra quasi che il campidano, come la Sardegna, musicalmente, abbia subito le dominazioni solo ad un livello superiore.

Nelle classi basse, ha resistito la cultura primitiva, e se al popolo era vietato accedere a Castedd’ ‘e susu all’imbrunire, per i divieti dei dominatori, questi ultimi non hanno inciso radicalmente nella cultura del popolo (is bastascius), mantenuta in quella che Lilliu chiamava “costante resistenziale sarda” … campidanese, si potrebbe aggiungere.

Copertina:  L’autore delle tavole e la datazione sono ignoti ma quest’ultima si fa risalire tra la fine del ‘770 e i primi dell’800  (Raccolta Luzzietti)

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