Il lavoro e le classi sociali in Sardegna prima dell’industrializzazione

IL LAVORO – LAORE

La parola italiana lavoro e la parola sarda laòre sono sorelle.
Ma la seconda designava – come vedremo in seguito – una cosa che l’uomo dava alla sua terra e trovava nella sua terra.
La prima indica una cosa che i sardi vanno cercando fuori della loro terra, nell’industria e nelle regioni settentrionali e straniere.

[…]
Labore (nuorese), laòre (logudorese), lòri o liòri (campidanese) significava coltivare la terra e i cereali. […] La struttura economico-produttiva originaria era data dal rapporto diretto dell’uomo con la terra.

La proprietà […], non esisteva, e perciò non esistevano le classi sociali.

Tra la parola laòre e lavoro esiste su travagliu o traballu.
Il traballu compare quando alla struttura arcaica si viene sostituendo una struttura di tipo feudale, introdotta (ndr dagli aragonesi) quando il feudalesimo era di fatto finito nelle regioni europee che lo avevano generato; compare quando tra l’uomo e la terra si colloca il feudatario.[…]
E chi è padrone della terra finisce naturalmente per essere anche il padrone di chi la lavora.

Il contadino non lo conosce (ndr, il feudatario). Sa soltanto che esiste in una città lontana e favolosa, Casteddu, il nome sardo di Cagliari.

[…]
La struttura feudale trovò il modo di perpetuarsi nella proprietà fondiaria assenteista […] Quando fu istituita la proprietà perfetta, con la famigerata legge delle chiudende, si credeva di battere in breccia proprio l’assenteismo.

MERE – TZERACU

La parola sarda mere, che in italiano siamo soliti tradurre con padrone, aveva un significato diverso da quest’ultimo. Mere era il maggiore, l’anziano, come tzeracu non era il servo, ma il giovane apprendista.
Inter maiores e zaracos, dice il condaghe di Santa Maria di Bonarcado; non sian nen senekes nen taracos, dice il condaghe di San Nicola di Trullas.
Mancava il rapporto di sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo.
Il tzeracu sedeva alla tavola del mere, lavorava con lui fianco a fianco, era uno della famiglia.
Veniva retribuito annualmente con un certo numero di capi di bestiame che egli manteneva nel gregge del “padrone”, fino a quando  il peculio non era diventato cioè consistente da consentirgli de si ponnene a banda, cioè di mettersi in proprio.

Inoltre il tzeracu aveva diritto al vitto (sa entre o mantenimentu), alle scarpe e ai vestiti (cartatu e bestitu).

Che non si trattasse di una posizione umiliante è dimostrato dal fatto che, finito il periodo di tzerachia, il giovane poteva tranquillamente impalmare la figlia del mere.

L’OROLOGIO E IL TEMPO.

[…]
A chiarirci l’atteggiamento originario del mondo sardo nei confronti del progresso tecnico è già sufficiente un breve discorso sull’orologio, che è lo strumento basilare della moderna era industriale, ben più di quanto non lo sia la macchina a vapore.
Ogni altro ritrovato della tecnica è sostituibile o può essere eliminato, ma se si elimina l’orologio si fa crollare la civiltà meccanica dalle fondamenta.

La tradizione orale racconta ancora che il primo orologio visto nel villaggio non fu considerato una macchina, ma uno strano diabolico animale, che muoveva le sue minuscole braccia e aveva pelle di metallo e nella pancia, piena di ruote, intestini di fil di ferro.
I sardi lo respinsero perché non avevano appuntamenti da darsi, non avevano necessità di lavoro sincrono, collettivo o associato.

[…]
Nelle case non c’erano orologi.
Si andava a dormire quando il campanaro suonava su tocu; anche il mezzogiorno veniva battuto perché chi stava nelle strade sapesse che era pronto il pranzo.

Sa frizza e campanile
andende goi e gai
a s’andira a s’andira
ndira ndira

(la freccia del campanile andava così e cosà)

tratto da Michelangelo Pira, Sardegna tra due lingue, Edizioni della Torre – Quaderni di Radio Sardegna

Copertina: Jean-François Millet, Uomo con la zappa

 

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