Bardanas & Bajanas, gioie e dolori di un giovane sardo

Il pastore […] percorreva qualche chilometro per portare via un capo al suo vicino, che magari aveva avuto la stessa idea.
Se si incontravano si fermavano a chiacchierare per monosillabi:

-Eh.
-Oh.

Era il saluto: […] Azzardavano un gai e’ sa vita (così è la vita).
Finivano magari col mettersi d’accordo per festeggiare l’incontro a spese di un terzo vicino.
Se questi li sorprendeva in tempo riceveva una visita, altrimenti il giorno dopo era invitato al festino.
Doveva intervenirvi e far buon viso a cattivo gioco, pensando di rendere il piatto: piatu torradu.

Nelle notti di luna il furto aveva anche il suo bravo canovaccio di commedia.

Ma se la notte era fosca balenavano nella mente disegni più ambiziosi, andare lontani a bardanare, a “far gualdana” (ndr, furti a scapito di altri paesi vicini).

E, se l‘esito della spedizione era positivo, al ritorno passando nei pressi di una chiesa di campagna dedicata ad un santo locale ci si segnava e si mugugnava qualche ringraziamento.
Il giorno successivo era di abbondanza, e i complici incontrandosi avevano una parola d’ordine: notte mala / die bona.

[…]

(ndr., Nella scelta della sposa, la bajana o bagadia, cioè la nubile) l’analisi non si esauriva nella valutazione del futuro coniuge, si estendeva al parentado (s’ereu) e persino alla distanza dei terreni eventualmente spettanti alla sposa da quelli spettanti allo sposo.

Quando i genitori del bajanu si erano orientati, proponevano la scelta all’interessato, al quale la ragazza veniva presentata nella sua luce migliore:
de familia onorada, forte, sana, fainera, seria, bene arrejonata e ‘a carchi cosa puru.

Seguivano i primi sondaggi presso la controparte, con molte perifrasi s’intende, lasciandosi alle spalle vasti spazi per la ritirata, prima di ricevere un rifiuto esplicito, una corcoriga, cioè una zucca umiliante.

E del resto anche la famiglia della ragazza prescelta aveva interesse ad evitare che l’eventuale rifiuto diventasse di dominio pubblico e si trasformasse così in una dichiarazione di guerra.

Il giovanotto ormai incoraggiato dai suoi familiari ritornava dalla campagna con una maggiore frequenza e incominciava il corteggiamento (su roteu) a distanze difficili.

Ma l’iniziativa veniva presa soprattutto dalle sorelle e dalla madre del bajanu o bagadiu, che non perdevano occasione per avvicinare la ragazza, attirarla in casa e studiarla.

Tutto avveniva secondo schemi così precisi, dettagliati e collaudati dalla tradizione da non lasciare alcun dubbio sul significato di ogni parola e di ogni gesto.

Intanto anche nella famiglia della ragazza il pretendente veniva studiato e soppesato.

Gli eventuali difetti venivano valutati e perdonati nella misura in cui si riconoscevano i propri.

Quando si metteva in moto la commedia ufficiale della domanda di matrimonio (sa pregunta) il lieto fine era già scontato.

Il compito di avanzare la richiesta veniva affidato a una persona riservata e amica di entrambe le famiglie (su ganzaju o paralimpu) che andava e veniva da una casa all’altra con proposte e controproposte relative ai fondamenti economici del matrimonio.

Quando l’opera del ganzaju era finita, la stessa persona si trasformava in una specie di notaio, attraverso il quale la comunità controllava l’avvenimento e ne era informata.

Seguiva la cerimonia de sa promissa. […]

La sera del sabato, alle prime tenebre, il pretendente accompagnato dal padre o da chi per lui e dal paralimpu bussava a casa della bagadia per chiedere s’intrada (l’entrata in casa):

– Padre della ragazza prima di aprire: “Chini est, sa genti?
(Chi è?)

– Paralimpu:Istrangius, in circa de una malloredda chi s’est amancada”.
(Stranieri in cerca di una vitellina).

– Padre della sposa:No dd’eus bia nosu“.
(Noi non l’abbiamo vista).

– Paralimpu:Ma s’ant nau chi dd’ant bia passai acant’ ‘e innoi“.
(Ma ci hanno detto che l’hanno vista qui vicino).

– Padre della sposa:No, no est beru. Nosu no dd’eus bia.”
(No, noi non l’abbiamo vista):

– Paralimpu:E castid’a bortas. Si fatzat’ intrai ch’ est fendi tempu malu e no podeus aturai in sa ruga”.
(Guardi bene. Ci faccia entrare che sta facendo brutto tempo e non possiamo stare nella strada).

– Padre della sposa:E brìntidi“.
(Va bene entrate).

La bajana intanto era stata allontanata e agli ospiti venivano proposte ad una ad una le altre sorelle.

– Padre della sposa:Custa est sa mallora?
(Questa è la vitellina?)

– Paralimpu:Nossi. Gei dd’assimbillat, ma no est cussa ch’ammancat a nosu”.
(No, le assomiglia ma non è lei).

Così via fino a che non compariva quella giusta.

– Paralimpu:Sa malloredda ch’amancat a nos custa est. E giai chi est custa dd’ eus a custodiri beni, ca iscireus ch’est de bos-atrus“.
(Eccola la vitellina che ci mancava. La custodiremo bene, poiché sappiamo che è vostra).

Il giorno dopo i fidanzati accompagnati da un rappresentante delle rispettive famiglie facevano sa prima ‘essida a cresia (la prima uscita insieme in chiesa).

———

Michelangelo Pira, Sardegna tra due lingue, Quaderni di Radio Sardegna, Edizioni della torre, pag. 55

———

Altre volte la trattativa non andava in porto, allora al paralimpu veniva offerta una sedia sgangherata, chiamata appunto, sa cadira de su paralimpuil quale capiva tutto e scomodo e imbarazzato toglieva il disturbo in breve tempo.

Copertina: Dipinto raffigurante il volto femminile di una fata (jana). Acrilico del pittore sardo Alessio Onnis.

 

 

 

 

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