La morte lenta della poesia sarda improvvisata e la mancanza di innovazioni

Rileggendo una vecchia intervista sulla rivista Lacanas, al poeta improvvisatore Mario Masala, uno dei più grandi (morto qualche anno fa) mi ha colpito questa risposta alla domanda:

“- Comente est cambiada sa gara dae sa primu borta chi sezis pigadu a su palcu a oe?”
(Come è cambiata la poesia da quando hai iniziato ad oggi?)

La risposta che viene data, contiene in se la risposta ad un’altra domanda, sempre della stessa intervista:

“- Forcis est ca a sos giòvanos de oe non lis ant fatu mai connòschere sa poesia a bolu e no ischint a beru it’est. B’est carchi cosa chi si podet fàghere pro li torrare unu pagu de vida a custu patrimòniu?”
(Come mai i giovani non conoscono la poesia e come fare per fargliela conoscere?)

La risposta alla prima domanda (“come è cambiata la poesia in questi anni”) è questa:

“S’istrutura giai no est cambiada. B’est semper s’esòrdiu, su primu tema e su segundu, duinas e batorinas. E poi si serrat chin su sonete de dispedida. Innantis si cantaiat sa moda a su Santu, ma como non b’est prus. Su tempus, però est cambiadu.”

(Non è cambiata la struttura, c’è sempre l’esordio, il primo tema e il secondo, duinas e battorinas e si chiude con la dispedida. Prima si cantava al santo, ora non più).

In pratica è rimasta sempre uguale e non si è evoluta.

“Darwinianamente” parlando, tutto quello che non si evolve tende a morire.

Prendiamo ad esempio il blues.
E’ nata come musica dei neri afro-americani, schiavi ed è diventata universale.
La chiave del successo sta nell’evoluzione della musica blues.

Nata con la sola voce nei campi di lavoro, alternava botta e risposta.
Poi sono stati introdotti la chitarra e l’armonica a bocca.
E’ stata suonata al pianoforte dando vita al jazz e al ragtime.
Poi si è elettrificata la chitarra elettrica, è stato introdotto il contrabbasso e la batteria.
Lo stile della chitarra e della armonica è cambiato radicalmente, per evitare suoni troppo saturi, si sono concentrate sui riff (risposte alla voce) e sugli assoli.
Infine mischiando blues e country, bianchi e neri hanno dato vita al rock’and’roll.
Da lì è partita tutta la musica odierna.

Ma la cosa meravigliosa è che oggi, magari in Giappone, ci sono musicisti che suonano il blues nella maniera primordiale, con chitarra e armonica, unplugged.

Quindi l’evoluzione ha permesso la riscoperta della musica tradizionale.

Tornando alla Sardegna, la poesia improvvisata sta morendo per mancanza di pubblico. Sia perché i giovani non conoscono il sardo, sia perché non conoscono le regole delle gare (provate a guardare una partita di cricket senza conoscere le regole e ditemi se vi annoiate), ma anche perché appare musicalmente “vecchia” e, almeno per la musica campidanese, contiene alcune note che all’orecchio moderno e non allenato risuonano  cacofoniche.
Un po’ come le blue notes dei neri afroamericani che, all’inizio, ai bianchi suonavano stonate, prima di “farci l’orecchio”.

Se la poesia improvvisata non va dai giovani, allora la vena creativa dei sardi ha preso altre strade:

Festival letterari, a partire da Ozieri, che tentano di innovare gli argomenti e le strutture poetiche, magari slegate dalla rima.

L’avanzata dei nuovi scrittori, identificati con la nauvelle vaugue letteraria sarda, di cui tanto si è scritto, da Giulio Angioni e Sergio Atzeni in poi, sia in lingua sarda che italiana.

Infine anche nella musica è un esplodere di nuovi musicisti, Ratapignata, Claudia Aru, Rossella Faa, Nasodoble, e tanti altri, che stanno esprimendo una musica di alto livello.

Particolarmente interessanti sono i nuovi cantanti di hip hop in sardo, che in qualche modo, quando cantano in free style in rima, riprendono a comporre improvvisando.
Ma con musiche e schemi che non centrano nulla con la tradizione sarda.

Come dire che se la poesia tradizionale non va dai giovani, i giovani guardano altrove.

 

In copertina il bluesman Muddy Mississipi Waters, uno dei primi ad aver elettrificato la chitarra.

 

 

 

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