Domenico Simon, illuminista eccentrico e rivoluzionario algherese

Fu un agiato illuminista sardo, di origini liguri, trapiantato ad Alghero.

Appassionato della Sardegna, si occupa di migliorare l’agricoltura, la pastorizia introducendo innovazioni e scrivendo dei poemetti.

Durante il periodo della sarda rivoluzione di fine settecento, sposò la causa autonomistica e aderì alle nuove idee di libertà e democrazia.

La feroce repressione savoiarda chiuse quella fase nel peggiore dei modi.

Domenico Simon, deluso dalle vicende storiche, si auto-esiliò a Torino, dove visse in ascesi e in povertà, rifiutando gli aiuti familiari e rinunciando ad una pensione offerta dal sovrano.

Leggeva tutte le notti e dormiva di giorno, mentre la sera non disdegnava l’invito a cena degli altri nobili, da cui era apprezzato per la sua cultura.

Ormai trasandato nel vestire, incontratolo a Torino,  Manno lo descrive come vispo negli occhi e rapido di testa.

Morì a Torino nel 1829.

Compose il poemetto in italiano Le piante, scritto, su un tema assegnato, per ottenere l’associazione al Collegio delle Arti Liberali.

L’opera dello scrittore algherese si articola in quattro canti su origine, vita, utilità e bellezza delle piante.

Le piante

[…]

Vite, o gran dono, ed il miglior, che in terra
Da’ campi Elisii trapiantato nacque,
Quanti, e quai pregi il tuo bel frutto inserra!
Gonfio, secco, spremuto ognora piacque.
Per te s’oblìan le cure, e l’aspra guerra
Dell’inquieto cuor sopita giacque:
Ma non mai, come allor, che a gran bicchieri
Spumante beesi il nero vin d’Algheri.

Fin qui l’util de’ frutti, e delle piante:
Ormai del bello lor parlar dovrei:
Ma prima, o Monastir, ch’io passi avante,
Le tue lodar dovranno i versi miei.
Taccio per or bensì le tante, e tante,
C’ha Sassari, ed Algher, Bosa, e Musei;
Ma tacer non poss’io la pianta amica,
Che tanto giova, e insiem non vuol fatica.

Fico d’India ha per nome: arbor non pare,
Che tronco, e rami in lei tu cerchi invano:
Per rami, e tronco ha foglie; e quanto appare
Foglia è da foglia uscia a mano a mano.
Forma han queste d’ellisse, e spine han rare:
Son carnose, e d’un sugo agli ulcer sano.
Verde, ovato, spinoso il frutto anch’esso
Vien su; dentro è granito, e giallo-spesso.

Ora di sì util pianta e non dovrebbe
Tanto aperto terren sieparsi intorno?
Né il ladro, né il pastor più nuocerebbe,
Liete verrìan le biade d’Eolo a scorno:
Dal frutto l’animal pingue n’andrebbe,
E ‘l banchetto villan più lauto, e adorno.
Altrove rara ne’ giardin s’apprezza,
E qui comune al suol si oblìa, si sprezza?

Tu al vecchio mondo infin pianta novella,
Da cui fumante in pippe, o trita in polve
Nuovi spiriti l’alma a sé rappella,
Ed ogni pigro umor lieta dissolve,
E non se’ tu, per cui la val-Rosella
Tanto ricca divien dal suol, che volve?
Né del manochos lo Spagnuol vermiglio,
Né più s’ama il rapè del suo senziglio.

Che si fa dunque? propaghiam, o Sardi,
Di sì belli tesor l’util coltivo.
Piante, piante ci vuol; né più si tardi
Tanto alpestre terren a far giulivo.
I triboli alla vite, e i steril cardi
Cedano il posto al sempre verde olivo;
Ma senza il nostro oprar niente è produttivo:
Il regno di Saturno è già distrutto.

Copertina

Fonti: filologia sarda; Sardegna digital library

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