Genovesi, “razza di canaglie, vile e infetta”. Firmato Vittorio Emanuele II

Non solo sardi o meridionali stavano in odio ai Savoia.

Anche i vicini genovesi godevano della disistima del futuro re d’italia.

“Razza di canaglie, vile e infetta” li definì in uno dei suoi “poetici” momenti.

La (Superba, la Dominante, la Dominante dei mari, la Repubblica dei magnifici) Repubblica di Genova era durata quasi 800 anni, dal 1099 al 1815.

Nel medioevo fu una delle principali potenze commerciali del Mediterraneo e uno dei più importanti poli finanziari d’Europa.

Il fatto che fosse una potenza finanziaria, non impedì ad Eleonora d’Arborea di fare un prestito al doge, quasi a dimostrazione che la Sardegna libera godeva di una certa ricchezza e buone relazioni con i genovesi.

La Repubblica genovese cadde sotto Napoleone, e seppe riconquistarsi la libertà per poco, perché poi venne annessa ai Savoia nel 1815, dal congresso di Vienna.

Nel 1849 subì il sacco di Genova:

Ecco la lettera:

Mio caro generale,

vi ho affidato l’affare di Genova perché siete un coraggioso. Non potevate fare di meglio e meritate ogni genere di complimenti.

Spero che la nostra infelice nazione aprirà finalmente gli occhi e vedrà l’abisso in cui si era gettata a testa bassa. Occorre molta fatica per trarla fuori ed è proprio suo malgrado che bisogna lavorare per il suo bene; che ella impari per una volta finalmente ad amare gli onesti che lavorano per la sua felicità e a odiare questa vile e infetta razza di canaglie di cui essa si fidava e nella quale, sacrificando ogni sentimento di fedeltà, ogni sentimento d’onore, essa poneva tutta la sua speranza. Dopo i nostri tristi avvenimenti, di cui avrete avuto i dettagli in seguito a un mio ordine, non so neppure io come sia riuscito in mezzo a tante difficoltà a trovarmi al punto in cui siamo. Ho lavorato costantemente notte e giorno, ma se ciò continua così ci lascio la pelle, che avrei voluto piuttosto lasciare in una delle ultime battaglie.

Parlerò alla deputazione con prudenza; saprà tuttavia la mia maniera di pensare. Vedrete le condizioni; mi è stato necessario combattere con il Ministero, perché Pinelli spesso si mostra molto debole.

Penso di lasciarvi ancora qualche tempo a Genova; fate tutto quel che giudicherete opportuno per il meglio. Ricordatevi, molto rigore con i militari compromessi. Ho fatto mettere De Asarta e il Colonnello del Genio in Consiglio di guerra. Ricordatevi di far condannare dai tribunali tutti i delitti commessi da chiunque e soprattutto nei confronti dei nostri ufficiali; di cacciare immediatamente tutti gli stranieri e di farli accompagnare alla frontiera e di costituire immediatamente una buona polizia.

Ci sono pochi individui compresi nella nota, ma si dice che occorre clemenza. Informateci su ciò che succederà, sullo stato della città, sul suo spirito, su coloro che hanno preso più parte alla rivolta, e cercate se potete di far sì che i soldati non si lascino andare a eccessi sugli abitanti, e fate dar loro, se necessario, un’alta paga e molta disciplina soprattutto per coloro che vi inviamo; saranno seccati di non arrivare a tempo.

Conservatemi la vostra cara amicizia, e conservatevi per altri tempi che, a quanto credo, non saranno lontani, in cui avrò bisogno dei vostri talenti e del vostro coraggio.

Li 8 aprile 1849
Vostro affezionatissimo

Vittorio

Fonte

Copertina: Ambroise-Louis Garneray, veduta di Genova

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