L’identità “à la carte” è un disturbo serio

Inserisco qui un post di Facebook di Giuseppe Melis Giordano, geniale nella sua chiarezza.

Lo studio della storia sarda e, segnatamente, di quella che ha origine con il Trattato di Londra del 2 agosto 1718 con cui il Regno di Sardegna veniva “consegnato” al duca di Savoia Amedeo II, mi ha progressivamente convinto di una idea che, in verità, avevo già maturato anni fa osservando e riflettendo su certi comportamenti di tanti miei connazionali (sardi) a mio avviso non coerenti o non totalmente coerenti con idee e valori da questi dichiarati e di segno opposto a quei comportamenti.
Per qualificare questa incoerenza ho coniato l’espressione “disturbo dell’identità”, traendo spunto da una patologia ben presente nei manuali di medicina: il disturbo della personalità. Questo ultimo, infatti, è un disturbo mentale (diverso dal disturbo clinico) di cui la persona difficilmente si rende conto di esserne “affetta” mentre, più frequentemente, considera i sintomi sottostanti come tratti peculiari del proprio stile di vita al punto che piuttosto che cambiare se stessa, preferisce o tende a cambiare l’ambiente circostante.
Mutatis mutandis, anche chi ha un disturbo dell’identità spesso non si rende conto di essere affetto da questa patologia, né di quanto possa essere grave e considera i suoi comportamenti incoerenti come assolutamente normali e leciti, anzi un legittimo diritto ad essere se stesso.
Immagino che chi mi legge in questo momento cominci a pensare che, non essendo io medico e non essendo titolato a innovare in un campo scientifico che non mi appartiene, sia io colui che ha bisogno di cure. Eppure, posso assicurarvi che mi trovo nel pieno delle mie facoltà mentali e pienamente cosciente di ciò che penso, dico, scrivo e faccio.
Pertanto, vorrei provare a esplicitare il ragionamento che sottende alla conclusione che dà il titolo a questa nota.
Partiamo dal concetto di identità. Cosa è e come può essere definita?
Nella sociologia, nelle scienze etnoantropologiche e nelle altre scienze sociali, l’identità riguarda la concezione che un individuo ha di se stesso sia nel suo rapporto con sé che nella società, per cui essa (identità) esprime l’insieme di caratteristiche uniche che rende l’individuo unico e inconfondibile, e quindi ciò che lo rende diverso dal ciascun altro.
Corollario fondamentale di questa definizione è che l’identità non è immutabile, ma si trasforma con la crescita e i cambiamenti sociali. Essa pertanto è contestuale, dinamica e multidimensionale. In altre parole, ciascuno di noi è, hic et nunc, il prodotto storico delle interazioni che abbiamo avuto col mondo circostante fin dal momento del nostro concepimento. Un mondo che a sua volta è esso stesso il prodotto storico derivante dalla combinazione di innumerevoli variabili.
Quanto ora indicato è fondamentale per quanto voglio affermare. Infatti, se noi siamo il prodotto storico di ciò che è avvenuto in noi è evidente che un ruolo fondamentale in ciò che siamo oggi lo ha avuto anche ciò che abbiamo studiato, le persone con cui abbiamo vissuto e con le quali abbiamo interagito. Va da se che se avessimo studiato cose diverse, incontrato persone diverse, vissuto in ambienti diversi, noi saremmo diversi da ciò che oggi siamo.
Questo vale certamente individualmente ma, sistemicamente, vale anche in termini e per tratti più generali, anche per gruppi di persone (collettività) radicati in certi contesti spazio-temporali. In sostanza, pur nella singolarità e irripetibilità di ciascuna persona, è possibile individuare una identità di popolo in relazione a tratti comportamentali che tendono a far prevalere certe istanze, interessi, valori e opinioni tali per cui si è riconoscibili agli occhi di osservatori esterni e, di norma, si ha piacere che si venga così riconosciuti.
Ora, pensiamo per un attimo a ciò che abbiamo imparato a scuola nei libri di storia, nelle antologie, ecc. A qualcuno verrebbe mai il dubbio che nel corso di questi anni siamo stati imbrogliati, anche senza dolo o colpa grave?
Forse no, perché abbiamo visto negli insegnanti persone forse severe ma preparate, forse austere ma impegnate per trasferirci conoscenze, abbiamo letto documenti (poesie, racconti, studi e analisi, lettere, ecc.) che ci sono apparsi convincenti e che sono serviti per forgiare ciò che siamo come individui e come popolo.
Insomma, tutto ci è parso normale e abbiamo pensato che chi ha favorito questo nostro percorso di apprendimento, compresi i nostri genitori, lo abbia fatto in buona fede ed esclusivamente per il nostro bene.
A un certo punto poi arriva un signore che ti pone le seguenti domande:
ma ti sei mai accorto che nei libri di storia si parla solo di fatti e avvenimenti che riguardano una terra in cui tu non vivi?”
“Hai studiato le guerre di indipendenza, hai studiato il risorgimento italiano, hai studiato Napoleone, hai studiato la civiltà greca, egizia, sumera, punica e fenicia, ecc. Ma sai qualcosa della storia della terra in cui sei nato e vissuto?”
“Conosci gli artisti o gli scrittori che nel tempo hanno fatto l’arte letteraria, scultorea o pittorica della Sardegna?
E qui cascano gli asini, inconsapevolmente sia chiaro. A malapena, forse, tutti sappiamo che la Sardegna è la terra dei nuraghi, molti di meno sono quelli che sanno che abbiamo avuto un medio evo diverso dal resto d’Europa, caratterizzato dai Giudicati e da una regina chiamata Eleonora d’Arborea, ancora meno poi sono quelli che sanno dell’esistenza di un documento chiamato Carta de Logu, ecc. E questi sono solo alcuni esempi di una storia più che millenaria ignota ai più.
E come mai la gran parte dei Sardi non sa nulla di tutto questo? C’è mai stato qualcuno che ci ha insegnato la storia della Sardegna? A me no, e così è accaduto a tantissimi altri della mia generazione, di quelle precedenti e successive.
Se poi ci sono stati e ci sono insegnanti lungimiranti e consapevoli che volontariamente cercano di colmare queste lacune, queste iniziative vanno qualificate come nobilissime e preziosissime azioni di volontariato che nulla hanno a che fare con i programmi ministeriali, quelli che per legge “indirizzano” la formazione in un contesto politico-istituzionale definito, che per noi Sardi, oggi, è lo stato italiano e che prima di esso era il regno di Sardegna guidato dalla monarchia sabauda.
Ecco allora che in qualcuno nasce il desiderio di saperne di più e così, magari per caso, si imbatte in un libro intitolato “Carlo Felice e i tiranni sabaudi” di un certo Francesco Casula. E che sarà mai questo libro?
Cominci a leggerne una pagina, poi due, poi tre e così via, un libro che parte appunto dal Trattato di Londra citato inizialmente fino ad arrivare al referendum con cui l’Italia ha scelto di essere repubblica parlamentare abbandonando la monarchia. Un libro che racconta ciò che è accaduto in ben 226 anni attraverso una rigorosa citazione di dati, documenti, saggi di persone (storici, poeti, uomini di cultura), contemporanee a quella dinastia e di epoca più recente.
Casula ci parla attraverso i testi di altri autori proponendo cronologicamente la sequenza dei principali fatti che hanno caratterizzato la Sardegna e il suo rapporto con quella dinastia.
Il risultato di questa ricostruzione è che ciò che noi siamo, individualmente e collettivamente, risente pesantissimamente di ciò che è avvenuto in quei 226 anni di monarchia, che non conosciamo, e, ovviamente, di ciò che poi è accaduto dopo con la repubblica fino a oggi e che conosciamo in parte.
Rileggere quei fatti ci permette di prendere coscienza, per esempio, che noi oggi parliamo italiano perché i Savoia, per loro precipuo interesse, ci imposero questa lingua impedendoci di continuare a utilizzare quella parlata fino ad allora, quando loro stessi all’epoca parlavano francese; possiamo scoprire che la deforestazione dell’isola ha avuto in loro i principali artefici per realizzare col legno tagliato ferrovie del continente italiano; che la legge delle chiudende ha permesso a pochi notabili di accaparrarsi proprietà che altrimenti erano nel godimento collettivo; che mentre la popolazione moriva di fame e di stenti loro gozzovigliavano imponendo “donativi” (tributi) pesantissimi a carico della popolazione sarda e che si è arrivati ad un certo punto in cui ben oltre metà del gettito complessivo di quel Regno di Italia era pagato dai Sardi cui venivano sequestrati bestiame e terre da concedere poi ai feudatari e ai nobili; scoprire che quando la popolazione così stremata cercò in alcuni suoi rappresentanti di ribellarsi a queste condizioni diversi monarchi e loro tirapiedi non ebbero alcuna remora a fare rastrellamenti con l’uso della forza militare, sottoponendo queste persone a giudizi sommari e in molti casi condannandoli a morte con ferocia identica a quella dell’ISIS: persone seviziate, impiccate, decapitate, e successivamente esposte al pubblico bando così da servire come monito a quanti avessero osato ripetere quei comportamenti.
Ebbene, quando scopri che molti dei nostri antenati sono stati sottomessi a ogni forma di tirannia, si può rimanere insensibili? Non so voi che mi state leggendo, ma vi assicuro che scoprire quanto qui ho sommariamente richiamato (invitandovi a leggere il libro di Francesco Casula per scoprire il resto) a me ha fatto ribollire il sangue. E perché? Ormai è passato tanto tempo, direbbe qualcuno. Quelli non ci sono più, siamo in una Repubblica. L’Italia è la nostra patria.
Per quanto mi riguarda (ma spero che così sia anche per altri) le cose non stanno affatto così, e non può essere così proprio perché vado a rileggere la sequenza degli avvenimenti succedutisi a partire dalla dominazione sabauda. Non bisogna dimenticare che il Regno d’Italia nasce solo nel 1860 per volontà dei Savoia, di forze massoniche e di una parte dell’imprenditoria del nord Italia.
La Sardegna esisteva ben prima e di italiano non aveva nulla (storicamente, geograficamente, linguisticamente, ecc.) e anche ora conserva tratti peculiari distinguibilissimi nonostante l’opera di annichilimento delle nostre specificità iniziate proprio dai Savoia e continuate poi dalla Repubblica italiana, anche alla faccia della Costituzione che ha un articolo in cui si dice che dovrebbe tutelare le specificità regionali.
La verità è che ciò che chiamiamo Italia è solo un contesto geografico composto da innumerevoli popolazioni con proprie tradizioni, storie, ecc. e in tale ambito la Sardegna e i Sardi sono altro come è facile verificare in relazione a tante circostanze.
Di contro siamo stati educati (ecco l’opera di annichilimento della nostra specificità) a sentire l’Italia come patria, ad essere orgogliosi di essa e, nel contempo, a vergognarci di tante nostre peculiarità, a partire dalla lingua sarda che in tanti di noi non hanno imparato perché, per esempio, molti dei nostri genitori ci dicevano che non era da persone educate, che era da persone volgari. Questo, ovviamente, non lo dicevano in malafede, ma solo perché essi stessi sono stati educati così sulla base della presunzione della superiorità del modello sabaudo, poi diventato italiano, a quello nostrano.
Non basta, in questa “educazione” a vergognarci di ciò che era sardo e nell’affermazione di quanto bello e buono fosse ciò che veniva dall’esterno, abbiamo per esempio favorito la distruzione delle nostre case tipiche e dei nostri centri storici per importare anonimi modelli urbanistici e costruttivi dal continente; abbiamo imparato a identificarci con i vincitori a tutti i costi (si pensi al mito della Brigata Sassari per esempio che ha indotto molti nostri connazionali ad andare a morire in due guerre inutili e costosissime in termini di vite umane); abbiamo imparato, più o meno consapevolmente, che le nostre “bistimentas” sono costumi folkloristici, belli da mostrare al dominatore di turno per fargli le feste e inchinarci al loro cospetto, come esattamente accadeva quando le potenze europee andavano nelle colonie a depredare e fare razzia di risorse naturali e di donne.
Accade così che oggi siamo Sardi ma parliamo quasi esclusivamente solo italiano, siamo Sardi ma gli abiti tradizionali sono solo “costumi” che taluni hanno persino vergogna di indossare, vogliamo turisti ma abbiamo cancellato molte delle tracce che ci contraddistinguono sul piano urbanistico e costruttivo rendendo in molti casi i nostri spazi anonimi, senza identità per l’appunto, perché basati su modelli architettonici che ritroviamo in qualsiasi altra parte del mondo, salvo poi assumere come nostre mete preferite quelle in cui possiamo ancora vedere le tracce della storia (Umbria, Toscana, Marche, Trentino, Baviera, Provenza, Bretagna, Normandia, ecc.).
In questo ragionamento non c’è contrapposizione con ciò che è altro, che anzi è bello proprio perché diverso; ciò che non va bene è il processo di annullamento della propria identità per far spazio solo ad altro. Vi sembra normale che nelle nostre strutture di accoglienza turistica si offra il risotto alla milanese o la vaccinara o la ribollita, magari accompagnati con Chianti o con Barolo?
Vi sembra normale che in questa moda di sentirsi “vincitori” ci sia chi, a livello sportivo, supporta squadre italiane vincenti (bisogna poi vedere come) mostrando acredine e avversione verso le squadre sarde (il caso del Cagliari calcio è emblematico di questa schizofrenia sarda)?
Purtroppo, in questa educazione alla colonizzazione (cui i Savoia erano particolarmente sensibili), fatta in gran parte propria dall’Italia di ieri e di oggi, molti di noi sono cresciuti col mito del vincitore a qualsiasi costo, a prescindere dal rispetto delle regole grazie a “favori” a senso unico, come se ci fosse (ed è stato dimostrato che c’è stato e c’è) un disegno ben preciso volto a favorire solo chi già è più forte, ha le risorse, ecc. Eppure anche le industrie del nord Italia sono state costruite con le risorse importate dalla Sardegna o dal resto del sud italiano, così come molta della manodopera che ha fatto grandi quelle aziende era sarda, siciliana o del mezzogiorno italiano.
In sostanza, ci hanno educato, prima con la forza bruta poi con metodi subliminali, a vergognarci della nostra identità e della nostra storia, ritenendo che l’erba del vicino italiano fosse più verde sempre e comunque della nostra. E molti che vogliono tenere insieme queste incoerenze comportamentali esprimono solamente una identità effimera, fragile, perché nasce dalla mancanza di “sistemazione” degli elementi che concorrono a definirla considerando le molteplici variabili in cui l’identità può esprimersi e si esprime.
Purtroppo, se ciò che siamo oggi dipende in gran parte dal fatto che per anni la nostra storia è stata totalmente cancellata e sotterrata per fare spazio ad una storia diversa, e se quella italiana è la prosecuzione naturale di quella sabauda, oggi possiamo con queste nuove conoscenze riappropriarci con la volontà e la consapevolezza del nostro percorso evolutivo e di una idea di sardità moderna ma radicata, aperta alle contaminazioni ma fiera di ciò che di buono riesce ad esprimere nei diversi campi di attività sociale.
La sardità (che non è contraria rispetto al sentirsi cittadini europei, mediterranei e del mondo), così come la sicilianità, ecc. si esprimono desiderando lo sviluppo e il successo della propria terra, in tutte le sue componenti sociali, economiche, culturali, imprenditoriali, e pure sportive.
Purtroppo molti fanno fatica a prendere atto dell’esistenza di “incoerenze” che di fatto danneggiano questa terra e questo popolo. Anzi, alcuni rifiutano a priori questo ragionamento che vuole essere soltanto logico. Rilevo in questa incoerenza una sardità à la carte, a uso e consumo a seconda delle situazioni.
Fin qui l’analisi.
Cosa fare?
A mio parere emergono due livelli di impegno: sul piano individuale, quello di fare tesoro di questa storia e provare a modellare o rimodellare le nostre identità personali acquisendo ed educandoci a quelle conoscenze che ci hanno fatto mancare (lingua e storia in primo luogo, ma anche alimentazione, tifo e apprezzamento per artisti e sportivi che sono espressione di questa terra); sul piano collettivo e, quindi, politico, facendo si che questa lacuna (nella storia e nella lingua prima di tutto), difficile da non riconoscere, diventi programma di governo per far si che le generazioni attuali e future possano crescere avendo anche questo tipo di saperi indispensabili per forgiare la loro identità.
Sul piano individuale ciascuno allora dovrebbe cominciare a riflettere sui propri comportamenti chiedendosi se siano coerenti con una idea di sardità, certamente dinamica e contestuale, che vorremo mantenere oggi e in futuro, contaminandoci a ciò che di bello il resto del mondo mette a disposizione ma senza rinunciare a quelle peculiarità che possono permetterci di sopravvivere come popolo, perché se scompariremo, non ci saranno neppure i libri di storia in cui si parlerà del popolo sardo.
Copertina: dipinto di Van Gogh
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