La cultura sarda smarrita, la crisi economica

 

Immaginiamo il mercato globale come un tavolo tondo, a cui siedono persone di culture diverse.

Ognuno porta contributi diversi.

Tutti hanno qualcosa da dire, parlare del proprio modo di vivere presente. Impongono qualcosa alla cultura mondiale.

Per cui un inglese porta il suo idioma;

un indiano porta lo yoga e le tecniche di meditazione;

il giapponese offre a tutti sushi;

il brasiliano fa mostra di capoeira;

l’argentino a passo di tango;

l’americano canta un blues;

l’italiano disegna gli abiti;

il thailandese fa vedere la sua boxe;

Tutte queste competenze muovono fatturati importanti. Generati da corsi, eventi, manifestazioni, palestre, industrie discografiche, campionati internazionali, turismo.

Il sardo non dice nulla.
Il passaggio dal sardo all’italiano ci ha reso muti.
E ci limitiamo a commentare sulla globalizzazione e i suoi difetti, passivamente e senza cercare di dire la nostra.

La vecchia cultura dei bisaius è una cosa obsoleta, a tratti imbarazzante. Meglio inserirci nel made in Italy, più rassicurante e meno provinciale.
Peccato che per noi il made in Italy sia irrilevante in termini dì visibilità e di fatturati.

Passeggio per Cagliari e vedo palestre di capoeira, di boxe thailandese, scuole di tango, ristoranti di sushi, corsi di yoga, e scuole di lingua.

Mi chiedo come mai non ci siano a Cagliari palestre di Is istrumpas e di lotta campidanese;

palestre di meditazione, che rielaborino in modo moderno le cumbessias, che discendono dall’abitudine dei nuragici di dormire presso le tombe degli avi (Massimo Pittau);

Anche il ballo sardo è finito nel dimenticatoio di qualche sagra.

Nell’abbigliamento e nella musica qualcosa si fa, dai Marras in poi (Antonio e Piero), ma è ancora poco.

Come pure nella letteratura di tipo “mondiale”. Da Grazia Deledda in poi. È nata una narrativa di tipo mondiale, con un modo di raccontare tutto nostro.

La letteratura originaria della Sardegna, cantatores e tenores, riesce a fare mostra di se nei festival etnici, ma non entra tutti i giorni nelle radio, mescolandosi e modernizzandosi.

Mancano i nuovi cantastorie, poeti improvvisatori, che tramandano l’arte dell’improvvisazione dai tempi di Omero, che non sono riusciti ad influenzare il moderno hip-hop nelle gare in rima free-style.
Ci sono dei rapper sardi di talento, ma tutti slegati dalla cultura del mutettu, slegati dal nostro passato.

Sarebbe interessante sentire un hip-hop con la struttura metrica dell’ottava del canto a tenores o dell’ottava campidanese in rima e sterrinas.
Sarebbe la nascita di una scuola di questo tipo.

Il rigetto della cultura sarda è andata di pari passo con il rigetto dei mestieri storici sardi.

Non solo i miliardi alla petrolchimica, hanno snaturato la vecchia economia.
Anche la scuola ci ha messo del suo.
Migliaia di ragionieri e geometri disoccupati sono stati forgiati negli anni 80-90, tutti alla ricerca di un posto pubblico, rimasti poi al palo, o in un call center.

Mentre la modernizzazione del settore agro-pastorale e la nascita di una moderna  agroindustria autoctona, non hanno avuto l’impulso.

Per cui,  viaggiando in aereo tra Cagliari e Milano, mi capita di vedere il fertile campidano incolto, e la Lombardia (che pure potrebbe vivere di industria e di servizi) coltivata e ben organizzata.

Per non parlare del potenziale turistico destagionalizzante dei nuraghi, delle Cortes Apertas e dei Carnevali, vere chiavi per un turismo finalmente gestito dai sardi.

La crisi sarda non è solo economica.
È culturale.
Non sappiamo cosa fare, quando potremmo riallacciare semplicemente i contatti tra passato e futuro.
Non sarà facile, ma è almeno una direzione cui tendere.

La capacità di narrazione della nostra cultura, sarà la chiave per aprire le porte della globalizzazione, al nostro essere nel mondo.

p.s. Ben vengano anche le modernizzazioni e i nuovi distretti tecnologici autoctoni da Video online e Tiscali in poi, e il potenziale per l’export dei prodotti sardi con il web marketing.

Ph credit copertina

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