Sardi delle montagne: la resistenza raccontata dai romani

Asterix e Obelix si sa, era un bellissimo cartoon, nato nel dopoguerra, che esaltava la grandeur francese di Gaullista memoria, a simboleggiare la resistenza al nazismo.

Ma era un falso storico al tempo dei romani, Vercingetorige fu sconfitto e i Galli “pacificati”!

In Sardegna, sia sotto i cartaginesi, che sotto i romani, i sardi pelliti hanno trovato rifugio  nelle zone montane, per conservare la propria libertà, attaccando i villaggi romani delle pianure, con rapide incursioni a cavallo.

Secondo Diodoro «prima i Cartaginesi e poi i Romani li combatterono spesso, ma fallirono il loro obiettivo».

Pausania: «Nel periodo in cui erano potenti per la loro flotta, i Cartaginesi sottomisero tutti coloro che si trovavano in Sardegna ad eccezione degli Iliesi [localizzati nel Màrghine e nel Gocèano] e dei Corsi [in Gallura], ai quali fu sufficiente la protezione delle montagne per non essere asserviti».

Inizialmente i romani, guidati da Tiberio Sempronio Gracco, occuparono le principali piazzeforti cartaginesi quasi senza combattere, soprattutto per la favorevole accoglienza ricevuta dalle antiche colonie sardo-fenicie, scontente per la più recente politica cartaginese.

Ma subito dopo scoppiarono violente rivolte dei Sardi dell’interno contro i Romani, che proseguirono per alcuni secoli, inizialmente col sostegno della stessa Cartagine.

Le iscrizioni testimoniano l’esistenza delle civitates Barbariae, al di là del fiume Tirso, presso l’attuale Fordongianus: tribù indigene (gli Ilienses, i Nurritani, i Celesitani, i Cusinitani, e altre), che durante il regno di Augusto, non avevano ancora nessun dirigente filoromano.
Il presidio di queste aree era affidato ad un prefetto comandante di un reparto militare di 500 Corsi.

La toponomastica sarda ha conservato il ricordo della Barbària romana: il toponimo Barbagia.

Secondo Tito Livio gli Ilienses, all’epoca di Augusto non erano stati ancora completamente “pacificati”;

Per Pausania, che scriveva nel II secolo d.C., essi «si rifugiarono nei luoghi alti dell’isola, e avendo occupato i monti di difficile accesso, fortificati da palizzate e da precipizi, hanno ancora oggi il nome di Ilienses, ma si assomigliano nella forma, nell’armatura e in tutte le maniere di vivere ai Libici».

Diodoro Siculo rileva che «quel popolo (gli Iolei-Ilienses), […] abitano in dimore sotterranee, scavandosi gallerie al posto di case, con facilità evitano i pericoli delle guerre. Perciò, quantunque i Cartaginesi e i Romani spesso li abbiano inseguiti colle armi, non poterono mai ridurli all’obbedienza».

Furono dislocati nelle zone interne della Sardegna (la Barbària) alcuni accampamenti militari, in qualche caso eredi di precedenti postazioni cartaginesi:

  • Luguido, presso Nostra Signora di Castro a Oschiri, più tardi chiamata Castra Felicia
  • Sorabile, l’attuale Fonni
  • Forum Augusti, presso Austis
  • Valentia presso Nuragus
  • Biora presso Serri; Uselis
  • Custodia Rubriensis, presso Barisardo
  • Nora praesidium
  • Eteri praesidium
  • Tharros

Significa che i sardi pelliti erano liberi e autonomi, ma tenuti a bada dai romani, che presidiavano il territorio in modo difensivo.

Per Strabone «sono quattro le tribù delle montagne, i Parati, i Sossinati, i Bàlari, gli Aconites, i quali vivono nelle caverne, non seminano, anzi, compiono razzie contro le terre degli agricoltori e non solo di quelli dell’isola, ma salpano anche contro quelli del continente, soprattutto i Pisani».

Anche nella romana Carales, l’attività marinara era consistente, anche per l’interesse strategico dell’isola e per la presenza a Carales di una base militare della flotta da guerra, con marinai sardi, egiziani, traci, dalmati.

Tra le province occidentali è anzi la Sardegna la provincia di origine del maggior numero di marinai arruolati nelle flotte militari romane.

Fonte: Storia della Sardegna, Brigaglia

Se nella lettera di Papa Gregorio Magno nel IV secolo (periodo bizantino) scrive al Hospitone, capo del ducato autonomo barbaricino in lotta con i bizantini, lamentandosi del fatto che il suo popolo adorava ancora pali e pietre, esattamente come i nuragici, significa:

  • che esisteva un territorio autonomo della Sardegna, abitato dagli stessi sardi pelliti resistenti ai cartaginesi e ai romani.
  • che la religione romana con i suoi dei non è riuscita ad entrare e si è conservata la religione primitiva sarda

Il latino si è diffuso in seguito, con la cristianizzazione della Sardegna.

D’altronde il genetista il prof. Francalacci in un’intervista dichiara:

“Gli antichi Romani, che tanta importanza hanno avuto dal punto di vista politico e culturale, non hanno influito affatto sui nostri geni…
Forse “affatto” è un’affermazione un po’ drastica, ma certamente il loro contributo è minore rispetto a quello delle popolazioni preromane, la cui impronta è ancora ben visibile nel panorama genetico italiano. Infatti i Romani avevano una concezione più culturale che genetica della loro identità, e le popolazioni che venivano via via conquistate nella loro espansione venivano ben presto assimilate, diventando a loro volta culturalmente romane (acquisendone la lingua, le leggi, la stessa cittadinanza romana), senza per questo venire geneticamente soppiantate.
Ai vertici della società romana potevano salire genti di origine italica, greca, etrusca e, nel tempo, di ogni parte dell’impero, mantenendo così i propri geni e trasmettendoli alle generazioni future. Del resto, una minuscola popolazione proveniente da un piccolo villaggio del Lazio non aveva certo la forza demografica per poter influire sulla dinamica genetica di popolazioni tanto più numerose, così come invece è riuscita a fare, e in un modo formidabile, dal punto di vista culturale.”

romanimini

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