Il cavallino di Antoni, geniale poesia canzonatoria

Su cabaddeddu de Antoni

“Pal chissu cabaddareddu (Per quel cavallino)
megliu mi n’ando a pidoni (meglio che me ne vada pedone)
lu cabaddu polta Antoni, (il cavallo porta Antonio)
o Antoni polta a eddu?” (o Antonio porta esso?)

Il povero Antonio Emanuele, a cui erano dedicate le rime, venne canzonato da chiunque, non appena usciva di casa. Dai bambini e dagli adulti.

Stufo della continua presa in giro, Antoni cita in giudizio il prete-poeta Pisurzi, compositore delle strofe, presso il giudice Gavino Cocco.
Quest’ultimo, vista la non esistenza di un reato, impone al poeta di creare una seconda poesia con cui dovrà canzonare Cau e Ruzu, due persone particolarmente attive nel prendere in giro il povero Antoni.

La seconda poesia racconta della sentenza del giudice, ed è cronaca e pagamento della pena allo stesso tempo.

La seconda poesia, inizia con Antoni che intraprende il viaggio per recarsi dal giudice alternando l’andamento a cavallo e a piedi  (e cando a pè e cando a caddu giompesit a Pattada), rigirando quindi il coltello nella piaga di Antoni 🙂

Nella poesia Antoni espone il caso:

“pro chi so peccadore, (per quanto sia peccatore)
però su puntu meu di s’onore (però il punto mio dell’onore)
sempre l’hapu mantesu (sempre ho mantenuto)
como sì chi m’incontro meda offesu (ora che mi trovo molto offeso)
[…]
“non potto faeddare ne bessire (non posso parlare o uscire)
intro de Uttieri ” (dentro Uttieri)
[…]
“si de pesare a cántara (si alza e canta)
fattendesi de me sa beff’e zantara, (facendosi la beffa della …)
chi subitu mi cuo.” (e subito mi nascondo).

il giudice risponde:

“custa fue sa cantone infamatoria? (questa era la canzone infamatoria?)
-nesit a Manue’- (dice a Manue’)
m’ispanto de su giudissiu de vostè: (mi stupisco del giudizio vostro)
e da’ ue si fundat?” (su cosa si fonda?)
[…]

e ordina a Pisurzi:

“signor Pesurzu, intendat: (signor Pesurzu, senta)
non cherzo chi su fogu pius s’azzendat,” (non voglio che il fuoco più accenda)

[…]

“solu ch’in sa cantone de Manue’ (solo che nella canzone di Manue’)
bei potat intrare (ci possano entrare)
Cau, Ruzu e totus tres umpare, (Cau, Ruzu e tutti e tre insieme)
pena de ubbidienzia” (pena di obbedienza)

Pisurzu non conosce i due, e continua in rima nella seconda poesia, (che è cronaca del giudizio, ma poesia riparatorio imposta dal giudice allo stesso tempo), le malefatte di Cau e Ruzu, riferite da Antoni, evitando così di venire citato in giudizio da questi ultimi:

Cau e Ruzu, nella storia, furono “colpevoli” di aver accettato un cavallo di poco valore come ricompensa.

Portato in vigna, il cavallo, mangiò tutta l’uva nera e, arrabbiati, Cau e Ruzu, diedero il cavallo in affitto.
Per tre giorni e tre notti il cavallo non mangiò, si ammalò e i due compari, pensando che il cavallo stesse facendo finta di avere fame, gli fecero un clistere.
Con questa e altre stupide peripezie, il cavallo morì.

Questi fatti, vengono fatti riferire da Antoni all’interno della poesia riparatoria, che si conclude con Pisurzi che dice:

“si pongo totu custu in sa cantone ( se metto tutto questo nella canzone)
tiimu ca Cau e Ruzu (ho paura che Cae e Ruzu)
hapan contra vostè briga e annunzu” (abbiano contro voi briga e annuncio)

[…]

la canzone finisce come era iniziata, in modo circolare:

“ca a issos puru a forte filu sau (che anche loro a forte filo …)
sos calzones non tappe, (i calzoni non tappare)
dên ammustrare s’oju de su ciappe, (quindi mostrare l’occhio nelle chiappe)
si mai l’haeren dad’a (se mai l’avessero dato a)
bider a una grande camerada (vedere a una grande …)
In zerta occasione. (in qualche occasione)
si cumpongat pro custu sa  cantone, (si componga per questo la canzone)
E accolla sa pesada” (…)

“pal chissu cabaddareddu
megliu mi n’andu a pidoni
lu cabaddu polta a Antoni
o Antoni polta a eddu?

… Tratto da “Pietro Pisurzi. Cantones, S’abe, S’anzone, Su cabaddareddu e gli altri versi ritrovati”, collana I grandi poeti in lingua sarda, Edizioni della torre.

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