Ciccittu Masala, il poeta ribelle

“[…] La mia missione evangelica finì lì.
Era durata, più o meno, una giornata.
Sul far della sera, lasciai il lager e mi avviai verso l’aeroporto, lungo una strada d’asfalto coperta da grandi chiazze di fango e di catrame.
Ai lati della strada, alte ciminiere conficcate come croci sopra un calvario di nebbia.
Camminai a lungo.
Sentivo dietro di me il rumore di un passo, lento, stanco, pesante.
Mi fermai e il rumore cessò.
Era il mio passo.
Ripresi a camminare.
Di nuovo, il rumore alle mie spalle, come di un passo altrui.
Brutto passo, pensai.
Mi sentivo come una donna incinta, nuda, deforme, davanti allo specchio.
Passai sotto un fanale.
Mi cadde addosso una luce viscida.
Vidi la mia ombra: una larva sporca di catrame e di fango.
Oltrepassai il fanale: la larva mi precedette, andò avanti, s’allungò, scomparve nella nebbia.
Foglie morte, da alberi invisibili, cadevano ai miei piedi, portate dal vento e dalla paura dell’inverno.
Da grandi falansteri, immersi nella nebbia, occhi di finestre mi guardavano con il loro silenzio di vetro.[…]”*

Francesco Masala fu uno dei più grandi poeti sardi, in lingua sarda e in italiano, con una scrittura mai ampollosa o retorica, che riusciva ad evocare immagini e sensazioni, con la semplicità delle parole.
Riusciva ad essere efficace e sintetico, quasi come un pubblicitario.

Sue è la definizione di sardi “vinti, ma non convinti“, che riassume in quattro parole il concetto dell’archeologo Giovanni Lilliu quando parla di “costante resistenziale sarda“, riferendosi alla capacità dei sardi di mantenere la cultura nuragica fino al secolo scorso.
Nonostante le numerose dominazioni straniere.

In realtà qualcosa della cultura nuragica rimane ancora oggi, ad esempio il carnevale barbaricino, che ha perso l’aspetto rituale religioso-propiziatorio per assumere un aspetto rituale-turistico.

Oppure la definizione efficace di sardi  “cattivi banditi in tempo di pace, ma eroi buoni in tempo di guerra: in guerre nelle patrie trincee, in pace nelle patrie galere“.

Sua anche la definizione di “Dio Petrolio“, che indica il nuovo dio, che segna il fallimento del piano di rinascita della Sardegna, basato sull’industria petrolifera, e la contemporanea perdita delle conoscenze agro-pastorali, precedentemente distrutte dal nuovo credo.

Ai sardi non rimane che emigrare, magari trovando lavoro in Germania come scimpanzè in un circo, come è capitato a “Pistamurru”, che chiede al parroco di Arasolè di rientro in Sardegna, di far sapere alla moglie che finalmente ha trovato lavoro.

*tratto dal romanzo “Il parroco di Arasolè”, Francesco “Ciccittu” Masala, Il maestrale editore.

Ph credit

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