La ricchezza del sale di Cagliari

Dai racconti di un mio zio di Quartu Sant’Elena, il cui padre era capo del personale delle saline di Cagliari, scopro un mondo oggi ormai sconosciuto.

La raccolta del sale, come la mietitura del grano o la vendemmia dell’uva, aveva le annate buone o cattive.

La buona o cattiva annata dipendeva da quanto buono era stato il maestrale e da altri fattori.

Tutto l’anno lavoravano nelle saline una cinquantina di persone.
Ad Agosto invece, durante il periodo della raccolta, si arrivava fino a 300 persone impiegate a spaccar sale.

I lavoratori stagionali venivano dall’agricoltura, visto che ad Agosto nei campi c’era poco da fare.
Si arrotondava.
Altri agricoltori invece preferivano arrotondare andando a “fare sabbia” al Poetto.
Con i carri e il cavallo andavano fino alla riva del mare e, caricato il carro, riuscivano a tornare sulla strada, con enormi sforzi.

Chi invece sceglieva di andare a raccogliere il sale, veniva pagato in percentuale a quanto raccolto e ridotto ai minimi termini.

La sveglia era all’alba, e dai paesi attorno si radunavano decine di uomini in bicicletta.

La sfida tra i lavoratori era costante, sia per avere un guadagno maggiore che per una questione di prestigio.

Poi la decisione della chiusura.

Le saline, che avevano sempre rappresentato una ricchezza importante del cagliaritano, vennero chiuse e il monopolio trasferito in continente.

La motivazione ufficiale, fu una infiltrazione di liquami dalle fognature quartesi.
Evidentemente mancò la volontà di portare avanti la produzione nel territorio, visto che per risistemare le fognature sarebbe stato necessario uno sforzo minimo.

Mi chiedo se non sia possibile oggi riaprire gli stabilimenti e ri-mettere in piedi la produzione, creando nuove opportunità lavorative e di guadagno.

Termino con un pezzo di una poesia di Aquilino Cannas, il cantore cagliaritano:

[…]

dopu chi po cincumilla annus (dopo che per cinquemila anni)
totu su mundu ind’hat tirau (tutto il mondo l’ha preso)
de innoi su mellus sali (battiau (da qui il miglior sale battezzato )
soprafino) duncas de sa mellus calidadi (soprafino dunque della miglior qualità)
e cantidadi (finzas a ddu incungiai (e quantità fino per lo stoccaggio)
comenti Monopolio di Stato, (come Monopolioi di Stato)
po si ddu bendiri a specialidadi (per venderlo come specialità)
de “salino cagliarino“) custu sali (di sale cagliarino, questo sale)
immoi no e’ prus bonu, no teni’ (ora non è più buono, non ha)
prus sabori, no e’ prus sali, (più sapore, non è più sale)
s’e’ fattu bambu e no serbi prus (si è fatto insipido e non serve più)
mancu po cunfittai olia, (neppure per la salamoia delle olive)
tomatas siccadas, nemancu (o per pomodori secchi, neanche)
po cundiri fai buddia. (per condire fave bollite.)
E sicomenti spacciau su sali (E siccome, finito il sale)
mancu su stani serbi prus, (neanche lo stagno serve più)
cust’urtima prenda ‘e sa Zittadi (quest’ultimo tesoro della Città)
depidi acabai, andai duncas isperdia. (deve finire, andare dunque dispersa)
[…]

Aquilino Cannas, Mascareddas Casteddaias, pag. 34, aipsa edizioni

 

Ph credit

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