Quando Eleonora prestava denari (senza interessi) ai ricchi genovesi

Ci fu un tempo in cui la Sardegna indipendente era talmente ricca da potersi permettere di fare prestiti ai genovesi, i banchieri d’Europa.

La Sardegna a quel tempo era ricca di miniere, di prodotti agricoli del fertile campidano e della Nurra, di latte, formaggio, bestiame.

Questa ricchezza terminò con la perdita dell’indipendenza e il passaggio della Sardegna sotto il dominio aragonese, piemontese e infine italiano.

«La figura più splendida di donna che abbiano le storie italiane (ndr, sarde), non escluse quelle di Roma antica…» scrisse Carlo Cattaneo a proposito di Eleonora d’Arborea.

Eleonora d’Arborea aveva ereditato le ricchezze del padre (Mariano IV), ottenute con il commercio e con le speculazioni sul grano.
I soldi personali del Giudice erano separati da quella del Giudicato.

Nel 1382 Eleonora elargì a Nicolò Guarco, Doge della Repubblica di Genova, un prestito di 4.000 fiorini d’oro.
Il Doge si impegnò a restituire il denaro in 10 anni, pena la restituzione di una somma pari al doppio del prestito, e la concessione di sua figlia Bianchina in sposa a Federico, il figlio di Eleonora.

Eleonora mise in atto il suo disegno dinastico, che mantenne alto il prestigio del Giudicato e gli assicurò l’accesso ai principali porti del Mediterraneo.
Eleonora entrava nello scacchiere politico Europeo.

Presso la corte del Giudice Mariano IV (padre di Eleonora) si praticava uno stile di vita principesco.
Beatrice, la sorella di Eleonora, sposata con il Visconte di Narbona, ricevette dal padre una ricchissima dote. Lasciò in eredità ai sette figli e alla chiesa una gran quantità di denaro liquido, in lire, franchi e fiorini d’oro, gioielli e pietre preziose, diamanti, perle, zaffiri, smeraldi, bottoni d’oro con e senza perle, drappi di velluto e altre stoffe pregiate, ricamate, bordate di pelliccia, mantelli con cappuccio trapunti di perle e addirittura una scala dorata da donna per montare a cavallo.

Eleonora era altrettanto ricca.  
Sposò Brancaleone Doria, di piccola nobiltà sardo-ligure.
Prima di diventare Giudicessa, Eleonora decise di vivere a Genova, a patto di essere esentata dalle tasse.

Il Doge spiegò il motivo: «È di grande utilità per comune di Genova e per i suoi singoli cittadini che la città e il suo territorio vengano popolati da persone buone e ricche (bonis et divitibus personis), che anzi devono essere indotte e incoraggiate a venirci ad abitare».

Il prestito, dunque.
Il 26 settembre Eleonora invia, un messo che si presenterà a suo nome a Palazzo Ducale, portando con sé quattromila fiorini d’oro «buoni e di giusto peso», da rendersi senza interessi.

Dopo 6 mesi Eleonora tornerà in Sardegna a causa della morte del fratello, occupandosi della reggenza del Giudicato.

Il resto poi è leggenda.

Dipinto di copertina: Nozze di Eleonora d’Arborea e Brancaleone Doria
(opera ottocentesca di fantasia, di Antonio Benini, 1835-1911)

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