Il ritorno di S’Erkitu

I – S’Erkitu, l’uomo-toro della Sardegna delle leggende popolari (1953, un giorno di Febbraio)

L’urlo spezza il silenzio della fredda notte.
Un fortissimo muggito gela il sangue della gente del villaggio di Serdaxu (Serdagiu).
S’Erkitu, l’uomo-toro delle leggende sarde, condannato a trasformarsi per aver commesso un grave reato non punito, è tornato.

Qualcuno morirà entro breve tempo.

II – Enkidu, l’uomo-toro della Mesopotamia nell’epopea di Gilgamesh (2400 a.c. circa)

Uruk, Mesopotamia, 2400 a.c. (in Sardegna si costruiscono Domus de Janas, 1000 anni prima dei nuraghi).

Ninhursag, la dea madre sumera creatrice dell’universo, impasta saliva e creta.
Nella Montagna che dà la vita, Kur, la dea impasta e crea l’uomo-toro Enkidu, per contrastare lo strapotere e l’arroganza di Gilgameš, re di Uruk.

Enkidu, cresce da solo nella steppa selvatica, impara il linguaggio degli animali.
Mangia erba e si abbevera dalle pozze e dai rigagnoli.
E’ animale anche lui.

Caccia grossa nella steppa, molti animali muoiono.
I cacciatori porteranno un ricco bottino nei mercati  di Uruk.
Enkidu attacca e uccide molti cacciatori.

Gilgameš, re di Uruk, chiamato da cacciatori, è pronto a combattere contro Enkidu.
Ma decide di inviare Šamḫat, la prostituta sacra.

Dopo 7 giorni e 7 notti Enkidu diventa un uomo civile e, dopo aver sconfitto Gilgameš in combattimento, gli riconosce l’abilità del comando.

I due, diventati amici, sfidano gli dei uccidendo il terribile guardiano della foresta dei cedri e, successivamente, il Toro del Cielo.
Prima di morire il Toro del Cielo scatena sul mondo il diluvio.
Gli dei si vendicano e uccidono Enkidu.

Gilgameš, rimasto solo e disperato va alla ricerca di Ziusudra (Noe), l’unico sopravvissuto al Diluvio Universale.
Insieme intraprendono un viaggio, navigando verso il sole che muore.

III – Serdaxu, Sardegna (1953, marzo)

Le luci sono spente nella notte.
Una fortissima pioggia cade su Serdaxu e il vento di straccìa  procura ululati e lamenti.
Solo una luce è accesa nel villaggio.

Voci di vecchie passano attraverso la finestra.
E’ un canto di pianto, di morte.
Un attittidu*.

Ahhhi…, Ahhhi…! (Ahhhi…, Ahhhi…!)
Ita dannu it’arrori! (che danno, che orrore)
Mòrtu ses tui flori, (Morto sei tu fiore,)
frori fiast in gemma (fiore eri in gemma)
béllu prus de Adoni, (bello più di Adone)
oi biancu scalixiu, (oggi bianco emaciato)
fridu fridu oi ti biu. (freddo freddo oggi ti vedo)

Prantu de totus (pianto generale)

Fridu ses Angiuléddu (Freddo sei Angioletto)
sfortunau picciocchéddu, (sfortunato ragazzetto)
mòrtu in pannuga sendu, (morto ancora in bocciolo)
a mamma tua narendu (raccontando alla mamma)
a cresia ‘essir’andau (che in chiesa saresti andato)
ma bia trott’as pigau, (ma la via sbagliata hai preso)
bia de sa malasorti (la via della malasorte)
agatendu sa morti (trovando la morte.)

Prantu de totus (pianto generale)

In cresia as andai  (In chiesa andrai)
oi missa po ti fai, (per farti la messa)
as andai in su baullu, (andrai in cassa da morto)
pustis tanti trumbullu, (dopo tanto trambusto)
pustis dolori tanti, (dopo tanto dolore)
de s’aqua tui amanti (dell’acqua tu amante)
chi t’at imbrolliau (che ti ha imbrogliato)
bocendudì alluppau. (facendoti morire affogato)

Prantu de totus (pianto generale)

 *L’atitidu era il canto delle prefiche, che per strappare più lacrime possibili ai visitatori della salma, improvvisavano dei versi in rima, ricordava il defunto.
Questo atitidu è stato realmente composto nel 1942, per un ragazzo (Angelo) che morì affogato mentre faceva il bagno nel canale di Mamarranca, intrappolato nel filo di ferro posto sott’acqua.
L’atitadora si chiamava Tzia Nassiedda.
(dal libro: Forme letterarie del canto campidanese di Giulio Solinas – pag.56 – IGES 2014)
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