Sardi, popolo di poeti… ma solo in lingua sarda

In Sardegna esistono ancora i tradizionali poeti estemporanei, che riescono ad andare avanti per delle ore improvvisando rime, sfidando altri poeti, tessendo degli argomenti, con delle fini metafore e riferimenti colti.

Ma qui non parleremo di questi poeti, antichi aedi discendenti di Omero, ma del resto della popolazione che, in qualche modo, assorbiva l’arte dei grandi maestri e riusciva ad improvvisare canti di lavoro (trallallera, lairellellara, andemironnai, cantu a curba, cantu a s’opu), canti religiosi (goccius o gozos) canti funebri (attittidus).

Oltre a queste forme poetiche popolari (ancora esistenti, ma in estinzione), ci fu un tempo in cui i sardi, si esprimevano quotidianamente in rima, soprattutto nelle discussioni, nei dibattiti o semplicemente per insultare l’avversario nella diatriba.

E la rima chiudeva il discorso in modo perentorio, con battute salaci, e non lasciava spazio alla risposta. Salvo poi trovare un’altra persona altrettanto abile con le parole.

Con il passaggio alla lingua italiana, quest’arte è andata smarrita e, anzi, i sardi sono diventati meno loquaci.

La lingua sarda, con le sue espressioni, proverbi, “dicius” (detti) e modi di dire, era un mezzo per interpretare la realtà e gli accadimenti quotidiani.

La saggezza antica, racchiusa nelle parole, era il mezzo per affrontare anche le nuove sfide.

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Ecco alcuni di questi “dicius antigus”:

S’omini imbriugu fueddat meda e cumprendit pagu (l’uomo ubriaco parla molto e capisce poco).

Boi solu no tira carru (il bue da solo non tira il carro).

Balet prus s’esperientzia qui non sa scientzia (vale più l’esperienza della scienza).

No ti incrubis meda ca ti binti su paneri (non inchinarti troppo perché ti vedono il sedere = non abbassare la guardia davanti agli altri).

A su cuaddu su sproni, a sa femmina s’arrexoni (al cavallo lo sperone, alla donna la ragione).

Dus peis in d’una crapitta no stainti beni (due piedi in una scarpa non stanno bene).

Pregaus a proi, fait bentu (preghiamo per la pioggia e viene il vento).

…infine questi bellissimi:

In sa vida non contat su passu chi fais, ma sa rasta chi lassas (nella vita non conta il passo che fai, ma l’impronta che lasci).

Mellus terra chen ‘e pani, che terra chen ‘e justitzia (meglio terra senza pane che terra senza giustizia).

Ph credits: l’immagine in copertina è un dipinto dell’artista Paolo Laconi

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