Gare poetiche logudoresi: poesia o teatro?

Nelle gare poetiche logudoresi (centro-nord Sardegna), rispetto alle gare campidanesi (centro-sud Sardegna), i partecipanti interpretano un ruolo o difendono comunque una posizione assegnata dal comitato della festa.
Nella gara logudorese, ognuno tenta di dare maggiori ragioni alla sua posizione o ruolo, dando vita ad una improvvisazione teatrale, in ottave e in rima, che può andare avanti per ore.

Nella poesia campidanese, l’obiettivo è differente: il comitato fornisce un argomento (in genere il santo patrono della festa) solo al primo partecipante (altre volte invece l’argomento è noto a tutti).
Il primo cantadore, parlando sempre per metafore e riferimenti non diretti, svela lentamente l’argomento nel corso della serata, lanciando nel contempo sfide agli altri e ravvivando la competizione.
Gli altri devono cercare di capire quale è l’argomento principale, cercando di rispondere a tono ai versi, rispondendo e attaccando in rima.

Un maestro delle gare logudoresi era Remundu Piras, che in mezzo secolo ha riempito feste e piazze di mezza Sardegna.
Un esempio di improvvisazione “teatrale” di Raimondo Piras, raccolta nel libro “A Bolu”, Edizione della Torre, è quella intitolata SI MORZO A CUCURU A SU BUTIGLIONE (Se muoio in cima al bottiglione).
Raimondo Piras interpreta l’ubriacone, mentre Salvatore Mortello interpreta la moglie avara.

Mortello
No dias soddu in cambiu de lua (Non dare soldi in cambio di veleno)
a cussa trempina e su buteghinu (a quella della botteghina)
Da ch’innennamos bendimos sa ua (da che vendemmiamo, vendiamo l’uva)
e no istamos faghinde a binu: (e non stiamo a fare il vino)
e-i sa inza ch’est sa morte tua (e la vigna è la tua morte)
isfundandèla e faghe unu giardinu. (distruggila e fai un giardino)
Sas cubas bruja e de ier t’ismèlias (Le botti … ti disabitui)
si no fin’a chi crebas no t’asselias. (fino a che non muori e non ti rilassi.)

Piras
Si morzo a cucuru a su butiglione (Se muoio sopra un bottiglione)
no mi cherzo lutadu né piantu. (non voglio essere compianto e pianto)
A pes a tughe intro de unu cubone (con i piedi entro in una botte)
faghemiche leare a campusantu. (e fatemi portare in camposanto.)
A cabidale un’arile mi pone (Sulla testa un barile mettimi)
e invece de fiores de amarantu (e invece di fiori “amarantu”)
po poder reposare in paghe santa, (per poter riposare in pace santa,)
in cabita una vide mi pianta. (in capo una vite piantami.)

Mortello
Cussa mossiga-santos de Arrita (Quella baciapile di Rita [la bottegaia])
isbrighinzada a abba-olga e làmpana (Cresciuta con linfa di lampada)
tendet sa manu a sos ch’intrende intzàmpana (tende la mano a chi entrando inciampa)
ca est una malfusa gesuita: (che è una ipocrita gesuita)
ch’intrat in sas busciacas che furita (che entra nelle tasche come una ladra)
de cuddos isbragados chi la càmpana (di quei trasandati che le danno da vivere)
e ch’essin cianchi-cianchi e rue rue (e che escono zoppicando e cadendo)
e in mesu de cussus bi ses tue. (e in mezzo a quelli ci sei tu.)

Piras
Arrita coghet in su fari-fari (Rita prende dalla cenere calda)
castanza arrustu ch’atrait su inu: (castagne arrosto che attraggono il vino:)
b’at cannonau de Putifigari, (C’è cannonau di Putifigari,)
zirone de Tissi, de Monter vermentinu. (zirone di Tissi, di Monter vermentino.)
Nàrami, it’est chi contat su inari (Dimmi, cos’è che contano i soldi)
de fronte a cussu sàmbene divinu? (di fronte a questo sangue divino?)
E poi Arrita est fiuda e-d-est pòbera (E poi Rita è zitella e povera)
e a li dare ispatzu est santa un’òbera (e a darle spazio è una santa opera)

Spero di aver tradotto bene, io sono del sud Sardegna

foto: http://marcocamedda.blog.tiscali.it/2011/02/20/una-poesia-del-grande-poeta-sardo-remundu-piras/

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